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Pensieri meridiani verso e oltre il 19 ottobre a Roma

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Da Open Sud- workshop 4°"Lotte ambientali e diritto al territorio, verso l'autogoverno del comune"

In tanti il 5 ottobre erano a discutere con noi attorno a quei temi che nelle nostre esperienze di lotta quotidiana e nella rete di "Orizzonti Meridiani" interroghiamo da tempo e che oggi più di ieri ci sembrano centrali nelle rotte contro le aggressioni del capitalismo alle vita nei nostri piccoli e diffusi territori a sud dell'Europa.

Da Palermo a Cosenza, da Benevento a Pignataro Maggiore, fino ai comitati napoletani di Bagnoli, di Giugliano e del centro cittadino ci siamo seduti condividendo una tensione, la trasformazione sociale, ed una certezza: la trasformazione del territorio ne è un campo di battaglia cruciale e nelle ultime settimane sembra consegnarci la possibilità di un nuovo ciclo di lotte.

L'esplosione mondiale dei conflitti sui territori e i tentativi di criminalizzazione nostrani

Veniamo da decenni di conflitti sui territori, dalla Campania al Sud America passando per la Val Susa, ma la portata dello scontro Capitale-vita si è data in tutta la sua riconoscibilità sul piano internazionale nella rivolta di Gezi Park, prima a Istanbul e poi in tutta la Turchia, palesando senza più possibilità di mistificazioni come sulla gestione del territorio si concentrino una serie di contraddizioni che riguardano la vita a 360° (precarietà, distribuzione della ricchezza, qualità della vita, diritto al territorio e alla città, messa a profitto del territorio, devastazione ambientale, diritto alla salute, tutela dell'ambiente, assetti economici e sociali del capitalismo in crisi), e sul piano generale gli assetti della ristrutturazione del capitalismo attraverso la crisi.

La composizione sociale delle centinaia di lotte sviluppatesi attorno a tali temi è determinata soprattutto dalle trasformazioni produttive che hanno accompagnato i territori, e dallo spostamento della capacità di valorizzazione dei capitali proprio sui territori e sull'ecosistema vitale nella sua interezza.

In Italia nonostante il continuo dispiegarsi, da parte degli apparati dello stato e delle grandi testate di dis-informazione nazionale, dei soliti vecchi dispositivi di criminalizzazione delle lotte di comunità che mettono al centro la gestione del territorio, il diritto alla salute e la tutela dell'ambiente, si diffonde sempre di più la coscienza della portata di questi conflitti nei confronti della vita delle persone che in questi territori vivono, lavorano, e spesso si ammalano e muoiono, o che da questi sono costretti a fuggire in assenza di prospettive di vita.

I tentativi di criminalizzazione del movimento NO TAV, che vedono magistratura, politici, apparati di polizia e addirittura il capo dello stato Napolitano impegnati a disegnare un'assurda equazione tra la parte cattiva del movimento NO TAV e il terrorismo o le sempreverdi "frange anarco-insurrezionaliste", con tutti i pericoli di carattere repressivo che porta con sé, non può infatti fare altro che rafforzare il senso di comunità e la determinazione di quanti hanno messo in gioco i propri corpi per opporsi allo scellerato, inutile, costosissimo progetto del treno veloce che minaccia da vent'anni l'equilibrio ecologico, economico e sociale della Val di Susa.

Per decostruire le categorie di inferiorizzazione e criminalizzazione delle lotte di comunità

Nel meridione la retorica messa in campo dai dispositivi informatici e dagli organi istituzionali sull'arretratezza culturale, sul sottosviluppo economico del Sud e sul presunto carattere criminogeno delle lotte per il comune, non hanno fatto altro, nella sfera ambientale, che ricorrere alla promulgazione di leggi speciali, militarizzazioni del territorio e commissariamenti sottoponendoci alla realizzazione di discariche, inceneritori, impianti industriali nocivi. Tutto ciò per delegittimare, da un lato, le lotte che si davano contro lo scellerato profitto e, dall'altro, legittimando le connivenze politico-affaristiche che hanno fatto dei territori locali lo spazio di sperimentazione del capitalismo locale e non.

Tale fenomeno si è vivificato attraverso quel processo noto a tutti sotto il nome di emergenzialità a cui sono stati sottoposti i nostri territori e le comunità che lo vivono in maniera cadenzata; tecnicamente studiato dalla fase iniziale alla fase emergenziale, ha garantito profitto al sistema politico tutto, alle lobby affaristico-criminali e trova la sua massima ufficializzazione appunto nella fortezza legalitaria in cui è inserito (si pensi al piano regionale rifiuti, ai piani provinciali, etc.)

L'emergenzialità, con le sue misure coatte e "indispensabili", è stata sbandierata proprio da tutti, proponendo formule dicotomiche, tanto care alle prose giudiziarie e ai lettori di Saviano, quali Legalità/ Camorra che nella realtà dei fatti si sono totalmente disgregate, unendo da sinistra a destra tutta la sfera politica, corresponsabile di quello che ad oggi porta il nome di disastro Campania.

Non solo, tali connivenze si esplicitano proprio attraverso l'intorbidamento costante delle azioni e della relativa mancata divulgazione, esempio ne sono i registri tumorali, le certificazioni ambientali, le finte bonifiche e i relativi bandi per le gare d'appalto.

La situazione attuale: potenzialità conflittuale delle lotte e rischi di strumentalizzazione e imbrigliamento della governance

Questa situazione ri-esplode oggi sui territori campani, in quelle zone legate nel reticolato del disastro con il loro portato di morte e di violenza, ma a cui si affianca una maggiore consapevolezza da parte delle comunità ed una rabbia diffusa che sembra sempre più allargarsi: una potenza, in termini di mobilitazione, che nelle scorse settimane ha visto decine di migliaia di persone in strada, tra il napoletano ed il casertano (Giugliano, Orta di Atella, Caivano, Casal di Principe, Marano, Varcaturo, Aversa) e che già si è mostrata determinata nelle contestazioni ai ministri del governo di unità nazionale PD-PDL di Letta, come di recente a Bagnoli e a Caserta.

Ultima in ordine temporale, la marcia Aversa-Giugliano e la giornata di mobilitazione napoletane del 14 ottobre sotto gli uffici della Regione Campania.

Fase capace di esprimere il conflitto a tutti i livelli e di leggere la lotta contro l'inceneritore di Giugliano su un piano più complessivo che tiene conto della devastazione ambientale in Campania nella sua totalità attraverso la creazione di forme di autogoverno territoriali e la capacità di incidere sulla controparte attraverso meccanismi di controllo dal basso sul sistema delle bonifiche diretti ed indiretti.

Un passo in avanti che può togliere terreno alle componenti vicine ai partiti che cercano di gestire e imbrigliare la protesta sul piano emergenziale.

L'esigenza di smascherare i tentativi di imbrigliamento e di strumentalizzazione da parte di alcune forze politiche nei confronti delle lotte ambientali non può comunque prescindere dalla memoria storica delle radici economiche e politiche di "sistema" dei disastri ambientali.

I saperi di lotta delle comunità e il ruolo dei movimenti nelle lotte ambientali

Le vittorie (poche, e segnate soprattutto da rivolte in grado di porre radicalmente il tema del rifiuto del comando dello stato e della criminalità organizzata) e le sconfitte (molte, segnate a volte dalle "sirene" della politica e degli affari, altre dalla repressione a oltranza delle lotte, altre ancora dall'indifferenza o dall'incapacità di organizzazione e lettura dei processi delle comunità), pur non cambiando di segno nella loro portata generale tali processi di devastazione, hanno ad ogni modo sedimentato, nei processi di organizzazione di queste lotte di comunità, un insieme di saperi, di memoria storica, di capacità di lettura dei processi, di competenze tecniche e scientifiche, di consapevolezza delle pratiche di lotta: una cassetta degli attrezzi che le realtà organizzate che stanno dentro queste lotte hanno il compito di preservare e trasmettere non attraverso un modello egemonico, ma piuttosto come antidoto e strumento nelle mani delle comunità per dare continuità alle lotte e sviluppare nuove istituzioni, istituzioni-altre ed autonome sui territori, capaci non solo di esercitare il dissenso, ma di affermare una concreta alternativa sociale politica al potere costituito e alle sue operazioni criminali.

La partita delle bonifiche e la necessità di nuove istituzioni democratiche autonome di controllo

È chiaro anche ad un bambino che oggi l'oggetto del desiderio per i capitali nostrani è l'affare bonifiche, anche quest'ultimo inserito in quel complesso fenomeno dell'emergenzialità. Argomento non certamente nuovo per chi da anni lotta e si organizza su nostri territori contro la devastazione ambientale, ma attualissimo in questa fase: attorno a questo argomento è possibile leggere il conflitto Capitale – vita in tutta la sua ferocia.

L'affaire bonifica in Campania va avanti da tempo, oggi ha solo quel valore emergenziale datogli dalle componenti istituzionali sebbene in passato non siano mancate segnalazioni di comitati e movimenti. Così come da tempo va avanti anche quel carattere affaristico ad esso intrinseco,non solo in termini di compensazioni ma anche di ribaltamento delle finalità per cui è originario, i casi dell'Ex Italsiter e dell' ex Eternit a Bagnoli sono l'emblema di come una bonifica possa coincidere con la maggiore contaminazione del territorio e non con il risanamento.

Seguire la questione bonifiche vuol dire toccare gli interessi dei capitali europei in questa fase storica bloccarne i flussi . Intervenire sulla catena del comando capitalista significa toccare i nervi scoperti dell'accumulazione che imprenditori, politici e capitali armati provano a compiere a danno delle vite di migliaia di campani.

Ciò che sta accadendo da 20 anni in queste terre è l'esempio più fulgido di come la messa a valore della vita sia l'orizzonte dello sfruttamento capitalista; se si vuole provare ad organizzare le forze sociali in questa regione è necessario capire bene come il nemico si muove in questa fase.

Se la fase della mera devastazione e dello sversamento spietato sembra aver raggiunto il declino lo si deve soprattutto a due fattori:

1- la crescita della consapevolezza da parte dei campani dei danni provenienti dall'interramento dei rifiuti e dal ciclo di smaltimento del rifiuto solido urbano tramite discariche e inceneritori, conoscenze queste che sono il patrimonio di 15 anni di battaglie combattute in tutta la regione. Le lotte in questo caso ha prodotto un sapere direttamente spendibile in chiave sovversiva.

2- I capitali italiani nel loro dna parassitario non hanno la capacità di sopravvivere senza grosse quantità di denaro pubblico all'intero dei loro giri d'affari. Si guardi alla questione inceneritori, conveniente fino a pochi anni fa solo grazie alla possibilità di attingere ai famosi cip6; oggi bruciare ecoballe è un affare meno appetibile per i grandi industriali, meglio spostare gli interessi sulle bonifiche.

Il declino della fase della devastazione apre però scenari molto interessanti per i movimenti sociali, ad oggi niente è ancora detto.

Assistiamo a manifestazioni oceaniche ,che non accennano a decrescere almeno per il momento, al cui interno provano a riciclarsi tutti gli attori della politica locale.

Dai partiti al partito di Casale e Mondragone, dalla chiesa passando per i sindacati confederali, tutti annoverabili tra i principali responsabili della situazione.

È ovvio che all'interno di questo quadro dobbiamo provare a giocare un ruolo di alternativa, non dal punto di vista della direzione politica, ma delle pratiche che dentro questo movimento possiamo mettere in campo.

Dicevamo della non-novità delle bonifiche, ma attenti in questa fase, a dare centralità al ruolo dei saperi e delle lotte nello smascherare tutti quei tentativi di pompieraggio cristallizzatori dell'indignazione nella formula legalitaria, tanto cara ai Saviano e ai Patriciello de "Lo Stato deve tornare sui nostri territori" o "Solo lo stato ci può aiutare".

Parlavamo di vari fattori a giocare il ruolo di spartizione del disastro Campano, dagli scarichi alle opere di bonifica, dove il profitto dei grandi capitali esteri e/o privato ha trovato un portone aperto, quello degli enti enti pubblici che in termini di bonifica hanno prodotto devastazione e saccheggio, si pensi alla bonifica dell'ex Ital sider o agli scandali legati agli enti di monitoraggio e tutela del territorio quali l'Arpac.

Non c'è più spazio possibile per la credibilità delle istituzioni sui nostri territori, l'unica alternativa è la riappropriazione da parte delle comunità di ciò che ci è stato tolto, attraverso la nascita non solo di movimenti in difesa del comune, di creazione di una coscienza collettiva capace di ergersi ad istituzione-altra ma soprattutto il ribaltamento di quelli che sono gli orientamenti istituzionali che hanno portato alla disastrosa situazione attuale.

Sui processi di bonifica e sui flussi di denaro che arriveranno a pioggia sulle nostre teste per le bonifiche, l'autogoverno dei territori passa innanzitutto da qui, ovvero la capacità di dirottare quei fondi non alle mere compensazioni ambientali che fino ad oggi sono state utilizzate per la costruzioni di ulteriori impianti e/o grandi opere inutili ma sottoforma di bonifica delle vite e dei territori, un risarcimento che permetta a chi è stato devastato per anni di usufruire direttamente di servizi sanitari gratuiti, di reddito, fare in modo che quei soldi ritornino alle comunità.

La controparte è già più avanti di noi, si pensi ad esempio al presidente della SSC Napoli Aurelio De Laurentis che non a caso ha deciso di costruire la sua cittadella dello sport, la casa della terza squadra italiana e costantemente su palcoscenici europei, a Castel Volturno dove la bonifica dei Regi Lagni sta già avvenendo e De Laurentis sta fiutando aria di affari, per non parlare di tutta quella nuova impiantistica concessa a privati (Centrali a biomasse ad esempio) a cui si vorrebbe concedere anche l'opera di bonifica delle aree inquinate, società, per la maggior parte, vecchie amiche dell'Affaire rifiuti in Campania, riciclatesi oggi nell'affaire bonifica.

L'esigenza di creare connessioni, linguaggi comuni, programmi di lotta e di organizzazione in cui sia riconoscibile il portato dei movimenti nelle lotte ambientali

Creare connessioni tra lotte, comitati territoriali, assemblee, mobilitazioni non può prescindere dalla capacità di far incontrare materialmente i soggetti che queste lotte animano.

L'esigenza sentita, rispetto alla devastazione ambientale, di trovare una simbologia, una bandiera, un'identificazione aperta e attraversabile, esattamente come ha fatto il movimento NoTav, rientra tra gli obbiettivi dei movimenti che attraversano queste lotte.

Così come può rientrare nell'agenda pubblica dei comitati territoriali e dei movimenti la proposta di costruire un programma di lotta comune sulla partita delle bonifiche, a partire dal concetto che "chi ha inquinato deve pagare" e dall'attestata assenza di credibilità e rappresentatività di partiti, istituzioni ed enti pubblici che in questi anni sono stati attori e complici dell'avvelenamento dei territori campani.

Prossimi appuntamenti e proposte politiche: verso e oltre il corteo nazionale a Roma il 19 ottobre

L'assedio alla Regione Campania del 14 ottobre rappresenta un punto importante di crescita e di maturazione di questo movimento. Pensiamo che dentro le sue parole d'ordine deve saper vivere una capacità di conflitto adeguata a quello che il disastro ambientale rappresenta: una questione di carattere nazionale. Da questo assunto è necessario muovere, provando a utilizzare la manifestazione nazionale a Roma il 19 ottobre con l'assedio ai palazzi del potere come ulteriore momento di crescita, provando a spingere sul piano della continuità le mobilitazioni territoriali, e ad uscire dai margini politici che vorrebbero relegarle a questioni di carattere territoriale con le solite letture reazionarie della retorica NIMBY (non nel mio giardino di casa..).

Come movimenti campani contro la devastazione ambientale, a partire dalle realtà che hanno dato vita al percorso di Orizzonti Meridiani da oltre un anno sentiamo l'esigenza di aprire uno spazio comune di ragionamento, organizzazione e condivisione contro la devastazione ambientale, per dare il nostro contributo a un movimento che, mettendo al centro le comunità e la vivibilità dei territori incompatibili con il capitalismo e le sue politiche di sfruttamento territoriali, si pone potenzialmente su un piano ulteriore rispetto ai movimenti di opposizione che abbiamo conosciuto e attraversato in questi anni. Un piano che rappresenta appieno la radicale discontinuità tra diritto alla vita e la propagazione di morte della devastazione ambientale, tra la responsabilità dell'autodeterminazione delle comunità e la soluzione della fuga degli individui, e che con altrettanta radicalità dobbiamo saper riempire di contenuti e organizzazione, attraversare con audacia, inchiestare "camminare domandando", con la prospettiva non solo della vittoria sulle singole vertenze, ma di una modificazione sociale profonda che parli il linguaggio dell'autogoverno dei territori.

Da "Orizzonti Meridiani"

Zero81, Bancarotta Bagnoli, Cantiere sociale Quarto Mondo (Napoli), CSOA Tempo Rosso (Pignataro Maggiore), CSA Depistaggio (Benevento)