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Rete Commons - Uniti per i beni comuni

Presidio Antirazzista

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SABATO 14 - ORE 11 - C.SO GARIBALDI, PALAZZO DEL GOVERNO
PRESIDIO ANTIRAZZISTA
PERMESSO UMANITARIO AI RIFUGIATI DALLA GUERRA LIBICA
CITTADINANZA AI FIGLI DEI MIGRANTI NATI IN TERRITORIO ITALIANO

migranti in fuga da una guerra che abbiamo scatenato e condotto anche noi italiani, e che gli ha portato via tutto. bambini nati in italia, figli di immigrati che da anni lavorano nel nostro paese e danno un contributo fondamentale alla nostra economia. due aspetti dello stesso fenomeno, l'immigrazione. due facce della stessa vergogna, il razzismo.

una vergogna funzionale solo allo sfruttamento economico, che noi italiani del sud abbiamo provato e continuiamo a provare sulla nostra pelle, per quanto bianca possa essere. politiche dell'immigrazione orientate scientificamente a relegare i migranti nel ghetto della clandestinità, disperato esercito di riserva a disposizione di camorristi d'ogni sorta. l'invenzione aberrante del reato di clandestinità, che trasforma un uomo in colpevole per il solo fatto di esistere.

italiani brava gente, ci raccontiamo. ma siamo un paese fondato sul e cresciuto col razzismo, e non c'è bisogno di tornare al 1861 o al 1938, per riconoscerlo. san nicola varco, rosarno calabro, castelvolturno, sono cronaca dei nostri giorni. lo scandalo dei c.i.e., galere camuffate in cui i migranti sono tenuti in condizioni disumane. l'allegra gestione dell'onnipotente protezione civile dei rifugiati della guerra libica, trattati come pacchi postali di cui disporre a piacimento. il mare nostrum, il mediterraneo, ridotto ormai ad un solo, immenso cimitero.

è per dire no a tutto questo che saremo in piazza SABATO 14 GENNAIO. per chiedere al governo che ai profughi in fuga dalla guerra libica sia riconosciuto il PERMESSO DI SOGGIORNO PER RAGIONI UMANITARIE. e, allo stesso tempo, per raccogliere le firme necessarie alla presentazione in parlamento della LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA CITTADINANZA AI FIGLI DEI MIGRANTI NATI IN TERRITORIO ITALIANO, caldeggiato dallo stesso presidente della repubblica napolitano.

NO AL RAZZISMO - NESSUN UOMO E' CLANDESTINO

rete commons. uniti per i beni comuni.

CasaItalia per i migranti, non per i fascisti

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183615 0002 3109063 672-458 resizeCome rete di attivisti da tempo impegnati nella lotta per la rivendicazione dei diritti e dei beni comuni e negli ultimi mesi accanto ai migranti provenienti dalla Libia ospitati in alcune strutture della provincia, intendiamo esprimere il più forte sdegno per i fatti di Firenze di questa mattina, come pure intendiamo denunciare il loro più generale, gravissimo significato.
Quanto è successo prima in piazza Dalmazia e poi al mercato di San Lorenzo non può passare infatti, come una certa miope (se non in mala fede) retorica politica e un pessimo esercizio di “pseudo-giornalismo” intendono lasciar credere, quale “gesto di un folle”.
L’assurda fine di Samb Modou e Diop Mor e il ferimento di altri tre loro connazionali (uno dei quali in condizioni gravissime) vengono infatti subito dopo i fatti di Torino, dove neppure due giorni fa un gruppo di italiani ha in poco tempo messo in piedi un vero e proprio pogrom nei confronti di una comunità di rom, anche in questo caso colpevole di nient’altro che della propria origine etnica.
Più in generale gli atti di discriminazione, la violenza e il razzismo contro la popolazione migrante, ma anche contro chi è portatore di identità culturali, sessuali, politiche ritenute “diverse” - se non addirittura "sbagliate" - stanno aumentando nella nostra bella fortezza europea, contemporaneamente all'attuazione delle sue politiche migratorie di chiusura e genocidio (2.251 i corpi ritrovati nel mediterraneo solo dall'inizio del 2011…).
E’ così fin troppo evidente, a chi ha occhi per vedere, che questi ed altri episodi simili, verificatisi nel recente passato, non sono nient’altro che l’ovvio portato di anni di tolleranza, se non vera e propria accondiscendenza, verso le espressioni più manifeste e degenerate di un mai tramontato fascismo.
Oltre ad una grave crisi economica, alla sistematica cancellazione dei più elementari diritti sociali, alla promozione della prostituzione come unica forma legittima di relazione sociale tra uomini e donne, l’ultima stagione politica vissuta da questo paese ci ha infatti lasciato non solo l’ingiustificabile idea che realtà quali “Casapound” (l’organizzazione alla quale era vicino Gianluca Casseri, il killer di Firenze) abbiano piena cittadinanza nell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza, quanto, se non soprattutto, che il razzismo costituisca un “abito mentale” spesso comprensibile e talvolta condivisibile.
Come dimenticare le espressioni, troppe volte rubricate semplicemente come “folkloristiche”, di autorevolissimi esponenti di una forza a lungo di governo come la Lega sui bambini rom?
E’ per questa ragione che rivendichiamo con forza la necessità di non sottovalutare quanto è successo oggi, di comprendere quanto sottile sia il confine fra la latente intolleranza e la violenza manifesta, di mettere in guardia su come certi episodi abbiano una ben determinata matrice culturale.
Anche le vicende dei richiedenti asilo provenienti dal Nord-Africa ne sono una significativa testimonianza.
Dall’accoglienza a Lampedusa al trattamento nei diversi punti d’accoglienza del territorio nazionale, la convinzione - insita negli atteggiamenti di alcuni dei soggetti che hanno avuto, a vario titolo, a che fare con questa emergenza – che in fondo certi diritti avrebbero minore tutela se reclamati dai migranti appartiene, pur nelle dovute proporzioni, a questa visione.
La convinzione che si possa speculare sulla loro disperazione, che si possa eludere o trascurare il loro diritto alla salute, che il cibo loro offerto non debba necessariamente essere “mangiabile” e che, più in generale, quanto previsto a loro tutela da accordi, convenzioni e leggi (nazionali e sovranazionali) appartenga comunque al campo delle gentili ed eventuali concessioni, nasce non troppo lontana dalla netta pretesa discriminante di un “noi” e un “loro”, dimenticando troppo spesso che quel “loro” è fatto da migliaia e migliaia di persone che, sottopagati e sfruttati, ci consentono di condurre uno spesso superfluo e altrimenti insostenibile tenore di vita.

Replica a "Il mattino", 10 dicembre 2011

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commonsIn relazione all'articolo "L'epatite affonda i sogni di Ibrahim", a firma Barbara Ciarcia, pubblicato il 10 dicembre 2011 sull'edizione di Benevento de 'Il Mattino', che riporta alcune dichiarazioni del presidente dell'associazione "Amici del Camerun", Joseph Ayina, facciamo presente quanto segue. Il povero Ibrahima Fofana non aveva 23, bensì 29 anni. E' deceduto presso l'ospedale 'Fatebenefratelli', dove era ricoverato da ormai due settimana, e non al 'G. Rummo', dove erastato ricoverato in precedenza, e dove gli era stata diagnosticata la sua malattia.

Le pratiche per inviare il corpo in Mali sono state avviate dalla Protezione Civile italiana e dall'Ambasciata del Mali, e non è necessaria alcuna colletta come quella lanciata dal sig. Aiyna.

Lo stesso Ayina, inoltre, ha ritenuto opportuno vantare un proprio impegno, addirittura 'quotidiano', con i migranti stanziati a San Giorgio del Sannio, come aveva già fatto in precedenza, ma è pressoché ignoto ai migranti stessi, che lo hanno incontrato solo poche volte nel corso di una permanenza che dura ormai da quasi otto mesi. Il sig. Ayina non è mai stato accanto ad Ibrahima durante il ricovero, altrimenti avrebbe almeno saputo in quale ospedale era ricoverato. Il presidente dell'associazione 'Amici del Camerun' non ha mai espletato alcuna pratica per tentare di far ritornare Ibrahima Fofana in Mali prima del decesso - come pure sarebbe stato suo diritto colpevolmente negato dalle autorità preposte-, cosa che può essere confermata dall'Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), organizzazioni cui era stata sottoposta la questione.

La raccolta fondi proposta dal sig. Ayina è quantomeno sospetta, giacché il rimpatrio della salma è a carico della Protezione Civile, alla quale il governo con decreto 12 febbraio 2011 ha affidato la gestione dell'emergenza nordafrica, nonché dell'Ambasciata del Mali. Il direttore della sala operativa della Protezione Civile della Campania, geometra Cencini, ha già avviato le pratiche necessarie e non ha organizzato alcuna raccolta fondi in merito, pertanto si invitano i cittadini a non donare denaro per una destinazione tutt'altro che chiara.

Cosa ben più grave, l'articolo in questione viola gravemente il diritto alla privacy di Ibrahima Fofana, nella misura in cui riporta informazioni palesemente riservate e probabilmente inesatte sul suo stato di salute e sulle cause del suo decesso.

Non si può sottacere, inoltre, la gravità di determinate affermazioni relative allo stato di salute del sig. Fofana, che rischiano di scatenare un'ingiustificata ondata di panico, con annessa caccia all'untore. Tutto ciò inficia pesantemente gli sforzi compiuti dai richiedenti asilo per integrarsi nelle comunità che li ospitano.

Sembra, infine, totalmente fuori luogo il tono generale dell'articolo, scritto evidentemente nella convinzione che Ibrahima fosse un immigrato clandestino, così come i suoi compagni. L'assunto è profondamente errato: i migranti provenienti dalla Libia, in fuga da una guerra scatenata e condotta anche da noi Italiani, risiedono in Italia a norma di legge, in quanto richiedenti protezioni internazionale al nostro Paese. Sono perciò perfettamente in regola con la nostra normativa, e cercare di spacciarli per 'clandestini' ad altro non serve che ad alimentare il già pesante clima di xenofobia e intolleranza diffuso nel nostro Paese.

Riteniamo inqualificabile cercare visibilità mediatica, vantando peraltro un impegno praticamente inesistente, sulla base della morte di un ragazzo di 29 anni e peggio ancora organizzare collette per il rimpatrio della salma.

Facciamo infine presente che le gravi violazioni del diritto alla privacy di Ibrahima sono già state segnalate ai suoi familiari, che decideranno le misure più opportune per tutelarne la memoria.

Rete Commons. Uniti per i Beni e i Diritti Comuni. Benevento

Lettera aperta dei migranti di San Giorgio del Sannio:”Basta bugie sui giornali”

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migranti2Tutto nasce dall’articolo  ”L’epatite affonda i sogni di Ibrahim”, pubblicato il 10 dicembre 2011 sull’edizione di Benevento de “Il Mattino”, che riporta alcune dichiarazioni del presidente dell’associazione “Amici del Camerun”, Joseph Ayina in merito al decesso di uno dei richiedenti asilo ospiti in una delle strutture di San Giorgio del Sannio. Nell’articolo però, ci sono numerose inesattezze: il povero Ibrahima Fofana (il ragazzo deceduto) non aveva 23, bensì 29 anni. E’ deceduto presso l’ospedale Fatebenefratelli, dove era ricoverato da ormai due settimana, e non al G. Rummo, dove erastato ricoverato in precedenza, e dove gli era stata diagnosticata la sua malattia. Dopo una richiesta di rettifica inviata ieri a “Il Mattino”, da parte dei volontari della “Rete Commons-Uniti per i beni comuni”, che hanno assistito notte e giorno Ibrahima Fofana durante la sua malattia, arriva oggi la lettera aperta dei richiedenti asilo ospitati al Centro Padre Pio di San Giorgio del Sannio. La lettera, tradotta dai volontari della “Rete Commons”, chiarisce ulteriormente la vicenda:

“Mi chiamo Ebrima Sanyang e scrivo a nome dei richiedenti asilo ospitati nel centro Padre Pio di San Giorgio del Sannio. Vogliamo replicare agli articoli nei quali un certo Joseph Ayina dichiara che ci sta aiutando in molte occasioni, il che è del tutto falso. Nel nostro centro il sig. Ayina è venuto solo una volta per una breve visita, che non abbiamo apprezzato, e perciò se ne andò. Questo è accaduto a settembre. Siamo sorpresi dall’apprendere che sono stati pubblicati alcuni articoli riguardanti l’assistenza che egli ci offre, noi a stento lo conosciamo, non sappiamo che tipo di associazione ha, pensiamo solo che sta facendo scrivere queste cose per un proprio tornaconto e non per noi. Perciò intendiamo smentire le bugie del sig. Ayina.

Noi riceviamo assistenza da un gruppo di italiani che consideriamo amici. Questi amici ci aiutano in vari modi, a partire da vestiti, scarpe, carte telefoniche, cibo e lezioni di italiano. Siamo molto felici di loro, della loro generosità e gentilezza, ma nel caso di Joseph Ayina quello che ha detto non corrisponde al vero, nessuno dovrebbe dargli ascolto o leggere i suoi articoli.

Nel nostro centro a San Giorgio lo abbiamo chiamato diverse volte per farlo venire e chiedergli di smetterla di andare sui giornali, ma stiamo ancora aspettando che venga e ci risponda, sebbene non crediamo verrà.

Infine, la morte di Ibrahima Fofana, dell’altro centro di accoglienza. Quel ragazzo è stato sempre e soltanto con i nostri amici italiani, che l’hanno assistito fino alla morte e se ne sono occupati anche dopo, fino a quando la protezione civile è arrivata e ha preso in mano la situazione. Joseph Ayina mente, non ha fatto niente durante la malattia del ragazzo, fino alla sua morte.

Noi vorremmo che lui e la sua organizzazione venissero al nostro centro e ci spiegassero in che modo ci stanno aiutando, se è possibile. Siamo stanchi di sentire bugie sui giornali, dovrebbe rispondere alle nostre chiamate per darci delle spiegazioni.

Vogliamo ringraziare, infine, gli amici che quotidianamente e senza interesse sono con noi.”

Per i richiedenti asilo del Centro Padre Pio,

Ebrima Sanyang

[tratto da magmazone.it]

SOLIDARIETA’ AI RICHIEDENTI ASILO OSPITATI NEL CENTRO “PADRE PIO” DI SAN GIORGIO DEL SANNIO

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RETE COMMONS - UNITI PER I BENI COMUNI
COMUNICATO STAMPA

I richiedenti asilo provenienti dalla Libia e ospitati in Italia in strutture selezionate dalla protezione civile sono oltre 20.000. Se paragonati alle centinaia di migliaia di profughi libici che hanno trovato scampo in Tunisia o in Egitto vivono in condizioni nettamente migliori, ma non si può certo dire che siano fortunati.
Recenti inchieste di quotidiani nazionali (“La Repubblica” e “Il Fatto quotidiano”) hanno confermato, casomai ve ne fosse bisogno, che molto spesso i loro diritti non sono rispettati dagli improvvisati centri di accoglienza - alberghi, residence e case di riposo - che, grazie a loro, hanno rimesso in sesto le proprie fortune e possono affrontare la crisi senza problemi. In cambio di lauti pagamenti – corrisposti, va detto, sempre con ritardo – le prefetture hanno incaricato i centri di fornire ai migranti alcuni servizi essenziali: non solo vitto e alloggio, ma anche assistenza legale e sanitaria, insegnamento della lingua italiana, orientamento al territorio, mediazione linguistica e culturale. Ma questi impegni molto spesso sono disattesi e i parametri minimi di accoglienza fissati dalla legge italiana vengono completamente ignorati.
Anche a San Giorgio del Sannio, tra i cinquantuno migranti ospitati nel “Centro medico Padre Pio”, cresce la protesta. Arrivati poco prima dell’estate, i migranti si sono accorti ben presto che i loro diritti non erano rispettati e hanno iniziato a lamentarsi, soprattutto a causa del vitto inadeguato. Le proteste sono giunte all’apice alla fine di luglio, non senza eco sulla stampa, e poi, dopo essersi assopite per alcuni mesi, sono riesplose negli ultimi giorni. I migranti, infatti, si sono rifiutati per due volte di mangiare cibi che hanno ritenuto non accettabili e i proprietari, la sera del 29 novembre, hanno avvertito i carabinieri, che sono giunti sul posto in forze e, contrariamente alle aspettative dei gestori, hanno riconosciuto le ragioni degli africani. Ieri mattina (30 novembre) sono arrivati al centro “Padre Pio” gli agenti della questura di Benevento, che hanno consegnato le ultime convocazioni della commissione di asilo e hanno poi chiesto ai migranti di mettere per iscritto le loro doléances, cosa che è stata prontamente fatta.
Oltre al cibo, i problemi riguardano i riscaldamenti ritenuti insufficienti, il che è inaccettabile se si considerano il clima rigido e le difficoltà ad adattarsi al freddo di chi è abituato al caldo africano; la carenza – cosa ben più grave – dell’assistenza sanitaria, per la quale devono contare sui volontari e sugli amici; più in generale, gli atteggiamenti per nulla cordiali dei proprietari del centro, compresi i favoritismi verso alcuni di loro. Questa volta, però, tutti e cinquantuno sono stati compatti nel sostenere che i loro diritti non sono rispettati. Gli agenti si sono impegnati a tornare nei prossimi giorni per verificare la situazione e hanno promesso di prendere provvedimenti se le cose non migliorassero. I migranti hanno accolto con favore le parole delle forze dell’ordine e ora attendono un concreto miglioramento delle loro condizioni.
La protesta è stata espressa sempre in modi civili e pacifici e dimostra l’affidabilità e l’intelligenza dei richiedenti asilo: da mesi si trovano a vivere in condizioni oggettivamente difficili, per la convivenza in spazi ristretti, per i costanti problemi con il centro di accoglienza e, soprattutto, per la totale incertezza sul loro futuro, visto che la commissione territoriale di asilo li ascolterà solo a gennaio; ciò nonostante, non si sono lasciati mai andare a nessun eccesso e si sono integrati ottimamente con la popolazione sangiorgese, non certo abituata a confrontarsi con una presenza massiccia di africani. Questi ragazzi hanno stretto amicizie, partecipano alla vita pubblica del paese e, superando ogni barriera linguistica, sono ormai parte integrante della comunità.
La Rete Commons, che da vari mesi è impegnata volontariamente per garantire loro alcuni dei servizi che competerebbero al centro di accoglienza, si chiede se sia possibile che strutture che introitano enormi cifre per ospitare i richiedenti possano venir meno ai loro più elementari doveri, quali la fornitura di un vitto adeguato alle loro esigenze. La Rete Commons esprime la propria solidarietà ai migranti e chiede alle autorità competenti, in primis alla protezione civile, alla quale compete il controllo dei centri di accoglienza, di fare il proprio dovere e far rispettare i diritti dei richiedenti asilo.