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Mahmoud Sarsak è libero

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Sarsakdi Emma Mancini

Betlemme (Cisgiordania), 10 luglio 2012- Mahmoud Sarsak è libero. Il giocatore della nazionale di calcio palestinese è stato rilasciato oggi dalle autorità carcerarie israeliane ed è tornato nella Striscia di Gaza, accolto dalla famiglia. Il giovane, 25 anni, era stato il mese scorso protagonista del più lungo sciopero della fame nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi: 92 giorni senza accettare cibo come forma di protesta per i continui ordini di detenzione amministrativa spiccati contro di lui da Israele, senza mai essere accusato ufficialmente di un reato e senza avere un processo. L'unica accusa mossa contro di lui dalle autorità israeliane, contenuta in un file "segreto", era quello di aver partecipato ad attività terroristiche insieme al braccio armato del partito della Jihad Islamica. Il 18 giugno scorso, dopo oltre tre mesi di sciopero, Mahmoud ha ottenuto da Israele la promessa di scarcerazione al termine dell'ultimo ordine di detenzione amministrativa. Un accordo che questa volta Israele ha rispettato: oggi Sarsak è stato liberato. Ad accoglierlo al valico di Erez tra Stato di Israele e Striscia di Gaza, c'erano centinaia di palestinesi insieme ai familiari. Subito trasferito all'ospedale di Shifa a Gaza City, ha potuto finalmente riabbracciare la madre. All'ospedale, uno dei leader della Jihad Islamica, Nafith Azzam, durante una conferenza stampa ha affermato che non si fermerà la lotta per sostenere i prigionieri politici nelle carceri israeliane: "Mahmoud ha il suo nome scritto nei registri dell'onore e della gloria e quello che ha fatto ci renderà più risoluti nel resistere all'occupazione". Arrestato il 22 luglio 2009 al valico di Erez, Sarsak è rimasto dietro le sbarre di una prigione israeliana per quasi tre anni, unico detenuto sotto la legge israeliana contro "i combattenti illegali", applicata alla sola Striscia di Gaza. Dopo l'inizio dello sciopero della fame, è riuscito ad attirare su di sé l'attenzione dello sport internazionale. Tanti gli appelli per la sua liberazione.

Da: NENA-NEWS

Mahmoud Sarsak: storia di un calciatore a cui è impedito sognare

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sarsakMahmoud Sarsak ha 25 anni, è una giovane promessa del calcio palestinese. Dalla Striscia di Gaza, dove è cresciuto, cercava di raggiungere la Cisgiordania e la sua Nazionale per rincorrere un pallone e, insieme, il sogno di rappresentare il suo paese con il calcio. È stato arrestato nel giugno del 2009 e da 3 anni si trova in un carcere israeliano senza accuse ne’ processo. Dopo 81 giorni di sciopero della fame il suo sogno e la sua vita stanno per finire. 

di Cecilia Dalla Negra 

Il suo nome è Mahmoud Sarsak, e la sua storia è un paradigma. Ha 25 anni, è un calciatore della Nazionale Palestinese.

Una giovane promessa del calcio perché, giovanissimo, ha iniziato ad allenarsi in uno dei luoghi più disagiati del mondo: il campo profughi di Rafah, a sud di una Striscia di Gaza da anni sotto assedio, tra raid aerei, assedio, bombardamenti. 

Racconta il fratello Emad che Mahmoud avesse la stoffa per diventare un campione, e che il primo passo “verso il gol della sua vita” fosse quello di uscire dal ghetto di Gaza e raggiungere i suoi compagni di squadra in Cisgiordania.

La Nazionale Palestinese, primo importante traguardo verso il sogno di giocare in una squadra internazionale, per portare nel mondo quella Palestina non riconosciuta, per rappresentare il suo paese rincorrendo un pallone e, insieme, un ideale di giustizia e libertà. 

La sua storia è un paradigma, perché è quella di tanti ragazzi cresciuti a Gaza che resistono semplicemente continuando a esistere, cercando con ogni linguaggio possibile di raccontare la Palestina e difenderla da chi tenta di cancellarla. Indossando una maglia, magari, o sventolando una bandiera, simboli che almeno nel mondo dello sport dovrebbero poter trovare cittadinanza. 

Aveva la stoffa per essere un campione, e anche il fisico adeguato, 50 kg fa. Prima di passare dal carcere a cielo aperto di Gaza a quello, in cemento armato, di Ramleh, in Israele

Il 22 giugno 2009, con le sue valige, Mahmoud Sarsak si dirigeva al valico di Erez, unica porta che collega Gaza ai Territori Palestinesi Occupati, sigillata da Israele. Unico passaggio diretto possibile verso il suo sogno, che si è aperto per portarlo invece verso un’altra prigionia. 

Slegato da gruppi, partiti e fazioni politiche, credeva di non avere niente da temere da quei soldati che controllano il valico. Invece è stato arrestato, condotto del carcere di Ramleh dove, da allora, non è mai potuto uscire. 

Le accuse? Ignote. In 3 anni Mahmoud non le ha mai conosciute, e non ha mai affrontato nessun tipo di processo.

Se per i palestinesi della Cisgiordania è infatti in vigore il regime – illegale – della detenzione amministrativa, in base alla quale Israele può detenerli a tempo indeterminato senza accuse specifiche ne’ processo, per i cittadini di Gaza esiste un valido parallelo: è la “Unlawful Combatant Law” (Legge sui Combattenti Illegali), strumento che consente ad Israele di imprigionarli alle stesse condizioni. Tempo indeterminato, fine pena potenzialmente mai.  

Mahmoud, come molti altri prigionieri prima di lui, 81 giorni fa è entrato in sciopero della fame. Una protesta – l’unica possibile – che o sta uccidendo. E, con lui, il miraggio di una giovane promessa del calcio di poter inseguire il suo pallone e il suo sogno. 

Spiega il legale, Mohammed Jabarin, che il termine per il suo arresto è stabilito al 22 agosto prossimo. Ma non ci sono garanzie che le autorità israeliane non lo rinnovino di altri 6 mesi, come hanno sempre fatto nel corso di questi 3 anni. 

Con lui tanti altri, che solo il 14 maggio scorso avevano siglato un accordo – già ripetutamente violato da Israele – per il miglioramento delle condizioni cui sono sottoposti i prigionieri politici palestinesi. Anche Akram Rikhawi, con cui Mahmoud ha firmato l’appello al governo palestinese e alla comunità internazionale perché agiscano, e non aspettino “di vederci morire”. 

Il 5 giugno scorso alcuni attivisti francesi, in sostegno alla battaglia di Mahmoud, hanno simbolicamente occupato la sede della Federazione di calcio francese.

Come spesso accade, è stato risposto loro di andare a protestare in "altra sede". Un “passaggio palla” ben noto agli attivisti internazionali che si battono per i diritti del popolo palestinese, in una partita ad armi impari che vede sempre il più forte segnare. 

La storia di Mahmoud è un paradigma soprattutto perché non fa notizia. Se il club per il quale gioca fosse una squadra quotata, sostenuta da migliaia di tifosi; se Sarsak fosse una delle tante super-star calcistiche mondiali, se non fosse palestinese, se non fosse stato arrestato da Israele, la sua sarebbe una notizia da prima pagina.

Mahmoud è un giovane calciatore che sta giocando la partita della vita con uno sciopero della fame che lo ucciderà nel silenzio internazionale. Una promessa cui è stato vietato di segnare, di giocare, di sognare.

Tratto da osservatorioiraq

UNA VITTORIA A META’ CONTRO IL CARCERE SENZA PROCESSO

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prigionieri-300x226Ramallah, 16 maggio 2012 -  «Quest’anno la commemorazione della Nakba ha un aspetto positivo – diceva ieri Aghsan Barghouti, un attivista di «Herak Shebabi», il movimento giovanile indipendente, giunto assieme ad altre centinaia di ragazzi davanti alla prigione militare israeliana di Ofer, vicino Ramallah. «La vittoria ottenuta dai nostri prigionieri politici conferma che i palestinesi hanno una tremenda capacità di resistenza e che non dimenticheranno mai i loro diritti», spiegava Barghouti, membro di una delle famiglie della Cisgiordania che ha dato tanti esponenti alla politica e alla società civile. La prigione di Ofer è stata uno dei punti principali delle iniziative organizzate per la Nakba, perché simbolo della «detenzione amministrativa» (il carcere senza processo) contro cui si sono battuti prigionieri politici palestinesi attuando un lungo sciopero della fame.
Una battaglia che ha portato a risultati importanti ma che non autorizzano a parlare di «vittoria piena», così come celebravano ieri nei Territori occupati e anche all’estero i tanti che hanno sostenuto la protesta dei detenuti in sciopero della fame. Certo, non è poco aver strappato migliori condizioni di vita in carcere. Così come è significativo il diritto dei prigionieri di Gaza detenuti in Cisgiordania di poter incontrare i famigliari e anche la restituzione delle salme di 100 palestinesi sepolti nei «cimiteri dei nemici» in Israele. Più di tutto è motivo di felicità nei Territori l’annuncio della liberazione di Bilal Diab e Thaer Halahla, i due prigionieri che, sfidando la morte, per 76 giorni hanno rifiutato il cibo perché chiusi in cella senza aver subito un processo. Tuttavia è doveroso sottolineare che Israele non ha rinunciato alla «detenzione amministrativa», illegale per la legge internazionale e obiettivo principale dello sciopero della fame, ma ha promesso ai mediatori egiziani soltando che la userà con «moderazione».
I palestinesi ieri sono scesi a migliaia nelle strade per commemorare il 64esimo anniversario della Nakba, non solo nei Territori occupati ma anche in Libano e altri paesi arabi. Al Cairo un corteo di 2mila egiziani e palestinesi ha attraversato il centro commerciale dalla moschea Omar Makram fino all’università americana. A fine giornata il bilancio è stato meno grave rispetto a quello dell’anno scorso. Il 15 maggio 2011 migliaia di rifugiati cercarono di varcare le linee armistiziali tra Israele con la Siria. Le forze di sicurezza israeliane risposero uccidendo 8 persone e provocando centinaia di feriti.
Dalla prigione di Ofer i soldati ieri hanno lanciato gas lacrimogeni e granate assordanti contro i manifestanti, ferendo o intossicando 63 persone, tra cui un ragazzo di 16 anni. Al posto di blocco di Qalandiya, tra Ramallah e Gerusalemme, un centinaio di manifestanti ha scagliato pietre contro le postazioni dell’esercito israeliano che ha risposto sparando candelotti di gas lacrimogeni. A Nilin (Ramallah) alcuni dimostranti hanno cercato di attraversare il check-point all’estremità del villaggio ma i soldati li hanno bloccati: tre persone sono state arrestate, tra cui l’attivista Naji Tamimi. Manifestazione anche al posto di blocco tra Betlemme e Gerusalemme ma in questo caso è stata la polizia dell’Anp di Abu Mazen a fermare un paio di centinaia di giovani dimostranti partiti dal campo profughi di Aida. Incidenti anche a Gerusalemme. Nel quartiere di Issawiya quattro palestinesi sono stati arrestati. E in migliaia hanno sfilato in corteo anche a Hebron (dove ci sono stati scontri con gli israeliani), a Ramallah e a Qalqiliya. A Gaza la manifestazione è terminata al quartier generale dell’Onu dove i partecipanti hanno scandito slogan in sostegno del diritto al ritorno per i profughi.

tratto da NENA NEWS di Michele Giorgi

Grecia, terremoto politico. Sconfitte le istituzioni dell'austerity

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elezioni-greciaE' un vero e proprio terremoto politico quello che ha scosso ieri la Grecia, ponendo fine al sistema partitico per come si era strutturato dopo la cacciata della Giunta dei Colonnelli nel 1974.

Si registra l'astensione attiva di più di un terzo dell'elettorato - con mezzo milione circa di greci in meno alle urne rispetto al 2009. Una composizione già in buona parte riversatasi in piazza Syntagma nella giornata di collera del 12 Febbraio scorso contro la votazione del memorandum, il pacchetto di misure d'austerità richiesto dalla troika UE-BCE-FMI. E che tuttora anima le molteplici e variegate assemblee di base delle città elleniche, uscendo dal weekend come 'primo partito' del paese.

Dal canto loro, le formazioni pro-memorandum escono dal voto espresso letteralmente a pezzi. Infatti, pur mantenendo la maggioranza relativa, il partito di centro-destra Nuova Democrazia (ND) crolla al 18.9% dal 33,5% del 2009, mentre il PASOK di centro-sinistra di oltre trenta punti percentuali, dal 43,9% al 13,2%. Numeri che, nonostante un consistente premio di maggioranza, lasciano l'accoppiata (già nella formazione inedita, per un governo politico, di 'grosse koalition') ND-PASOK clamorosamente al palo dei 149 parlamentari su 300. Cioé ben lontani dai 255 sostenitori della nomina del tecnico Papademos nel novembre 2011, o anche dei 199 firmatari del memorandum del febbraio 2012 - e sotto la soglia della maggioranza assoluta. Da qui il disperato appello del famigerato ex-ministro delle finanze del PASOK Venizelos alle forze politiche per un'governo di unità nazionale', finora caduto nel vuoto.

Più che l'elezione di un parlamento, quello di ieri è stato un referendum contro le istituzioni greche ed europee del debito e della crisi, cavalcato dalla coalizione della sinistra radicale Syriza: europeista, ma contraria alle misure d'austerità. Che conquista le prefetture più popolose ed urbanizzate del paese, come l'Attica, e le metropoli, come Atene e Tessalonica, e che tuttavia si trova ad agire - come da previsioni - in un parlamento debole, frammentato e polarizzato. Oltre ad un'elevata dispersione delle preferenze espresse (con circa il 20% di esse che restano senza rappresentanza a causa dello sbarramento elettorale), all'attuale - dei sette partiti eletti - i cinque anti-memorandum sono talmente divisi sulle linee di faglia destra/sinistra ed europeismo/antieuropeismo da non poter realisticamente attuare convergenze a lungo termine. Né da parte degli stalinisti ortodossi del KKE, né dalle frange poco inclini alla messa in discussione del debito, come Sinistra Democratica.

Mentre sul fronte della destra estrema, è da registrare l'impetuosa ascesa al 7% dei neonazisti di Alba d'Oro (Chrysi Aygi); i quali, incorporando parte dei delusi del LAOS - altro partito di estrema destra ma a fino a febbraio sostenitore del governo Papademos - entrano in parlamento con una piattaforma violentemente anti-immigrazione. Fomentati dalle politiche xenofobe del ministro per la protezione del cittadino (interno) Chrisochoidis, promotore della costruzione di nuovi CIE e di svariati pogrom contro rifugiati e migranti nei sobborghi ateniesi. Rigurgiti che hanno suscitato profonda indignazione in un paese ancora memore della dittatura dei Colonnelli e persino dell'occupazione nazista; e che sono stati constrastati nei territori dai movimenti antifascisti. In particolare a Creta la popolazione locale ha cacciato dalle città i militanti di Alba d'Oro, compromettendone la campagna elettorale.

Una polarizzazione e delle tensioni che si prospettano acuirsi molto presto. Mentre oggi la borsa di Atene crolla di oltre il 7%, se uno dei primi tre partiti non riuscirà a formare un governo entro nove giorni si apre la concreta possibilità di un ritorno alle urne il prossimo mese. Termine per cui l'esecutivo dovrebbe varare ulteriori tagli alla spesa pubblica per il 2013-14, per accedere ad un finanziamento di 11 miliardi di euro da parte della UE e del FMI; e che lo stato di ingovernabilità del paese minaccia di far deragliare definitivamente.

tratto da [infoaut.org]

FANGO SU VIK, VILE STRATEGIA DEGLI IMPUTATI

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Palestina bambino muro JustinMcIntoshMICHELE GIORGIO

Gerusalemme, 13 aprile 2012, Nena News – Nel giorno della prima udienza vera del 2012, tre dei quattro imputati per l’assassinio di Vittorio Arrigoni hanno lanciato un insidioso tentativo di gettare fango sulla figura dell’attivista e giornalista italiano. Ritrattando in buona parte le confessioni che avevano reso negli interrogatori seguiti all’arresto da parte della polizia di Hamas, i tre – Mahmud Salfiti, Tamer Hasasnah e Khader Jram – hanno recitato, davanti ai giudici della corte militare di Gaza city, la parte dei giovani difensori delle tradizioni sociali «minacciate» da un presunto stile di vita troppo «liberal» di Vittorio. «Volevamo dargli soltanto una lezione, gli altri intendevano ucciderlo ma noi non lo sapevamo», hanno proclamato i tre cavalieri della moralità. Un passo vergognoso, vile, frutto di una strategia precisa degli avvocati della difesa, che mira a macchiare l’immagine di Vik che di Gaza aveva fatto la sua bandiera e che ai diritti dei palestinesi aveva dedicato negli ultimi anni il suo impegno politico ed umano. Vittorio conosceva bene le tradizioni di Gaza, rispettava la sua gente ed era attento a non turbare le sensibilità locali. Le insinuazioni sulla vita privata di Vittorio appaiono ancora più gravi mentre migliaia di italiani e palestinesi hanno avviato decine di iniziative, molte della quali proprio a Gaza, per l’anniversario dell’assassinio avvenuto il 15 aprile dello scorso anno.

In un’aula ieri gremita di amici e conoscenti di Vittorio, tra i quali la cooperante Meri Calvelli e la fotoreporter Rosa Schiano, gli imputati Jram, Hasasnah e Salfiti, hanno sostenuto di aver confessato la loro partecipazione al rapimento e all’assassinio dell’italiano «sotto la forte pressione» degli inquirenti. Hanno quindi smentito di aver preso parte al sequestro allo scopo ottenere la scarcerazione dello sceicco al Maqdisi, un capo del gruppo salafita Tawhid wal Jihad detenuto a Gaza. Più di tutto hanno negato di essere stati a conoscenza di un piano per uccidere l’attivista italiano. A loro dire questo piano era stato concepito dai due «capi» del gruppo di rapitori, il giordano Abdel Rahman Breizat e Bilal Omari, rimasti uccisi poco dopo l’assassinio di Vittorio in uno scontro a fuoco con la polizia. È evidente il tentativo degli avvocati della difesa di far ricadere tutte le responsabilità su Breizat e Omari che non possono raccontare la loro versione dei fatti. La prossima udienza è fissata per il 14 maggio e secondo alcune voci potrebbe essere l’ultima prima della sentenza.

tratto da [nena news]