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ISRAELE E LE SUE COLONIE: NO AL CONSIGLIO ONU PER I DIRITTI UMANI

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168215 1598524681255 1180142453 31320141 3717888 nGerusalemme, 27 marzo 2012, Nena News – Israele ha deciso di interrompere ogni rapporto di lavoro con il Consiglio Onu per i diritti umani (Unhrc). «Non risponderemo più nemmeno alle telefonate», ha avvertito una fonte ufficiale dopo il passo fatto ieri dal ministro degli esteri Avigdor Lieberman di «rompere ogni contatto» con l’Unhrc, che ha sede a Ginevra. All’origine di questa decisione c’è il voto di giovedì scorso al Consiglio per i diritti umani di inviare nei Territori occupati, su richiesta dell’Anp, una commissione incaricata di raccogliere informazioni sulle ripercussioni «civili, politiche, economiche, sociali e culturali» delle colonie ebraiche – costruite da Israele in violazione della legge internazionale – sulla vita della popolazione palestinese. Una risoluzione adottata con 36 voti favorevoli e dieci astensioni: solo gli Stati uniti hanno votato contro. Tel Aviv si prepara a non dare alcuna cooperazione alla commissione che, come ha fatto capire domenica il vice ministro degli esteri Moshe Ayalon, con ogni probabilità non sarà autorizzata a raggiungere i Territori palestinesi. Lo stesso accadde con la commissione d’inchiesta Goldstone, formata per indagare sui crimini di guerra commessi durante l’offensiva israeliana «Piombo fuso» (dicembre 2008 – gennaio 2009), che fu costretta ad entrare a Gaza passando per il valico di Rafah con l’Egitto. Israele potrebbe inoltre decidere ritorsioni nei confronti dei dirigenti dell’Anp che, afferma, avrebbero adottato «un approccio unilaterale… e usano la questione delle colonie per giustificare qualsiasi cosa». Giovedì scorso, dopo aver appreso del voto a Ginevra, il premier Benyamin Netanyahu aveva subito bollato la risoluzione come «ipocrita», ricordando che il Consiglio «ha finora assunto 91 decisioni, 39 delle quali relative a Israele, tre alla Siria e una all’Iran. Non tutti però in Israele condividono la linea del primo ministro di difesa ad oltranza delle colonie e, quindi, dell’occupazione. Nelle prossime settimane, ad esempio, tre giovani “refusnik” andranno in prigione, perché «colpevoli» di aver rifiutato il servizio di leva in protesta con la linea militarista del governo. Una scelta che lo Stato ebraico non riconosce come diritto. «Rifiuto il servizio militare per solidarietà con i palestinesi che lottano contro l’occupazione – ha spiegato Alon Gurman, 18enne di Tel Aviv, che entrerà in carcere il prossimo 16 aprile – Spero d’incoraggiare altri a fare lo stesso». Nena News

GAZA: NUOVI RAID AEREI, 21 MORTI DA VENERDI’

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gaza massacroUccisi stamani altri tre palestinesi: due nella zona di Khan Yunis, il terzo, un ragazzo che andava a scuola, a Sudaniya. E' in corso una trattativa mediata dagli egiziani ma il cessate il fuoco e' ancora lontano

 MICHELE GIORGIO

Gaza, 12 marzo 2012, Nena News -  Sono ore decisive per il raggiungimento della tregua che gli egiziani stanno mediando tra Israele e i palestinesi. Quella del Cairo è una corsa contro il tempo per evitare una nuova operazione di terra dell’esercito israeliano contro Gaza. Il cessate il fuoco però appare ancora lontano. Stamani un nuovo attacco aereo ha ucciso due palestinesi nella zona di Khan Yunis. Poco fa un ragazzo di 15 anni e’ stato ucciso da un drone mentre andava a scuola a Sudaniya. Feriti cinque sui compagni.

Nella notte Gaza e’ stata colpita in sei punti, a nord e a sud. Pesante il raid sul campo profughi di Jabalia dove sono rimasti feriti 33 civili, tra i quali diversi bambini. Sono 20 i palestinesi uccisi da venerdì, in buona parte militanti del Jihad islami, ma i missili israeliani hanno ucciso anche civili, tra cui un bambino di 12 anni. Per il portavoce militare israeliano invece gli attacchi aerei prendono di mira depositi di armi e aree di lancio razzi. Negli ultimi tre giorni i palestinesi hanno sparato 140 razzi. A decine sono caduti in zone aperte, altri hanno colpito aree residenziali e, ieri a Bersheeva, anche una scuola chiusa in quel momento. Israele si protegge con il sistema «Iron Dome» che in tre giorni ha abbattuto una quarantina dei razzi. Oggi nel sud del paese 200mila studenti rimarranno a casa.

Israele spiega che la sua offensiva aerea e’ scattata dopo il lancio di razzi da Gaza ma gli stessi giornali dello Stato ebraico scrivono che l’escalation e’ cominciata con l’uccisione venerdi’ scorso di Zuheir Qaisi, segretario generale dei Comitati di resistenza popolare (Crp). Qaisi si trovava a Tel al-Hawa in automobile con un altro palestinese, Ahmed Hanani, quando un caccia israeliano ha sganciato un razzo che li ha centrati in pieno uccidendoli. Un «omicidio mirato», visto che un portavoce militare ha prontamente comunicato che Qaisi aveva «progettato, finanziato e diretto», l’attacco dello scorso agosto lanciato dal Sinai egiziano in territorio israeliano e nel quale rimasero uccise otto persone, in maggioranza soldati.  Nena News

tratto da [nena-news]

La resa dei conti. Ad Atene brucia la democrazia

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Se come da previsioni intorno a mezzanotte sarà approvato, da parte del Parlamento, l'accordo-capestro con il quale la Grecia si sottometterà definitivamente alla dittatura dell'ortodossia neoliberista e delle grandi banche, nelle piazze e nelle strade è già rivolta. Dopo 3 giorni di sciopero generale durante la scorsa settimana, è il momento di una battaglia che si appresta decisiva per le sorti di un popolo già vessato da due anni di massacro sociale in salsa neoliberista. E non solo Atene, ma anche altre città come Patrasso e Tessalonica sono in lotta.


greciaLacrimogeni sono la risposta poliziesca ai lanci di molotov dei manifestanti. Tutta la piazza è compatta sulle pratiche da utilizzare. Gruppi di incappucciati vengono applauditi dalla folla che riempie piazza Syntagma e le vie ad essa adiacenti, mentre le stime parlano di fino a 200.000 persone che potrebbero radunarsi fuori dal Parlamento per reclamare che il piano della Troika venga respinto. Attualmente i numeri parlano di almeno 50.000 persone nelle strade del centro cittadino, presumibile a questo punto che gli scontri continuino ad oltranza, fino al voto di un Parlamento già circondato dalla folla inferocita.

Tutto il centro città è pieno di manifestanti (sono state chiuse anche le stazioni metro per impedire alla gente di raggiungere Syntagma), l'obiettivo è infatti impedire che il Parlamento possa approvare un piano che metterebbe definitivamente in ginocchio il paese, a costo di dover entrare all’interno e di dover resistere fino alla fine, fino al blocco delle misure di austerity.

Il sostegno accordato alla manovra è bipartisan: dai partiti Pasok e Nea Democratia al governo Papademos, ma nei giorni scorsi si sono dimessi i 4 ministri del Laos (partito di estrema destra) e uno dei socialisti, certo questo non dovrebbe comunque avere risultati importanti riguardo all'adozione del piano da parte dell'assemblea legislativa greca, sembra indicare più che altro una mossa da parte del Laos stesso per guadagnare consensi all'interno dell'elettorato di centro-destra greco.

Papademos ha dichiarato ieri sulla televisione nazionale che il piano è vitale per il rilancio della Grecia, ma la percezione nel paese è quella di ascoltare un disco rotto. Il popolo greco ha sentito queste parole fin troppe volte per poter ancora credere alla retorica dei sacrifici.

Le voci raccolte dalle persone in piazze, molto eterogenee, dall'insegnante di matematica al pensionato, dallo studente universitario alla sindacalista, parlano lo stesso linguaggio: si sottolinea la distanza vergognosa tra la rappresentanza politica e la cittadinanza, distanza mantenuta manu militari da quelle forze dell'ordine che in 6000 unità stanno presidiando il centro di Atene e che ormai sono viste dalla popolazione come coloro che difendono le manovre assassine dell'1% riunito in Parlamento.

Dopo 3 anni di durissime lotte, scioperi e scontri di piazza contro le politiche della finanza internazionale imposte violentemente al popolo greco sembra che la percezione diffusa sia che, a meno di un fortunato colpo di mano dei manifestanti, difficilmente la tenacissima battaglia in corso in piazza Syntagma possa ottenere un risultato positivo nel quadro delle rivendicazioni del movimento.

L'impressione è che si stia arrivando ad una prima resa dei conti nelle soggettività e delle parti coinvolte nello scontro. Da una parte la democrazia liberale, o meglio la prassi e la cultura della rappresentanza politica sembra essere in via di frantumazione incalzata dalla BCE e dall'FMI, mentre dall'altra la prospettiva di lotta tutta concentrata sulla forma della resistenza sembra mostrare l'esaurimento della sua energia politica a fronte degli attacchi degli interessi finanziari.

Quali processi organizzativi di parte possono essere all'altezza dell'attacco e delle generosa disponibilità del proletariato greco a battersi contro l'ingiustizia globale? Proprio oggi che in Grecia la parola democrazia è stata gettata dalle elites nel fango, come è prassi ormai secolare, la riappropriazione di forme organizzative di massa e antagoniste contro la crisi è urgenza difficilmente eludibile...

tratto da [infoaut.org]

Kurdistan iracheno, dove le donne si danno fuoco per sfuggire alla violenza

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Nel Kurdistan iracheno sempre più donne si danno fuoco. Altre vengono uccise, perché gli uomini non temono la legge. La scarsa fiducia nella polizia rende sempre più rare le denunce. E Il sistema legislativo non tutela le vittime di maltrattamenti. Ma i motivi sono anche altri: si nasconde la verità per “difendere l'onore dei mariti” e le donne sono ridotte al silenzio, preferendo l'auto-immolazione e il suicidio.

di Angela Zurzolo

kurdistan femmes cloitrees inside 2“Ero pronta a morire o a sopravvivere per metà ustionata dalle fiamme, pur di smettere di vedere mio marito picchiarmi di fronte ai miei figli”. Questo il racconto di una donna che vive nel Kurdistan iracheno, una delle tante che si auto-immolano perché non hanno una via d'uscita.

Recentemente è stato annunciato che nel 2011 i casi di violenza sulle donne sono stati ben 4 mila. Si parla di "tortura sistematica" per ben 720 di loro.

Sebbene gli attivisti sostengono che i numeri siano più elevati, le cifre ufficiali del governo fanno comunque rabbrividire: 75 irachene si sono suicidate, le altre sono state uccise.

Solo nella provincia di Sulaimaniya si contano almeno 1.673 casi. Ad Erbil sono stati 1.322 e a Duhok 771.

Houzan Mahmoud, rappresentante dell'organizzazione Women's freedom in Iraq, sostiene che le statistiche non possano trasmettere veramente la terribile realtà delle donne oppresse in Kurdistan.

“Nella nostra società c'è una vera e propria 'cultura della tolleranza' per quanto riguarda la violenza sulle donne. Gli uomini uccidono facilmente le donne perché le leggi che dovrebbero proteggere le vittime non funzionano”.

Ma non c'è solo la mancanza di fiducia nei confronti delle forze di polizia, c'è soprattutto la volontà di “proteggere l'onore dei loro uomini” a impedire alle donne di denunciare i maltrattamenti subiti.

Ciò accadrebbe - secondo la rappresentante dell'organizzazione - perché in Kurdistan “le leggi tribali sono più potenti di quelle civili”.

Il perchè della scelta di darsi proprio fuoco resta ancora tutto da analizzare, ma questi episodi, sempre più crescenti, denunciano l'aggravarsi del fenomeno nella regione e, soprattutto, rivelano l'assenza di un sistema che riesca efficacemente a presentarsi come alternativa alla morte.

Una donna sopravvissuta alle fiamme racconta: “Sarei morta se un vicino non fosse venuto in mio aiuto". Aveva scelto di darsi fuoco perché i suoi figli smettessero di sentire le sue urla nella notte, mentre il marito la picchiava.

La sua storia ha avuto un lieto fine. Trasferita in Inghilterra, ha ottenuto cure mediche e chirurgiche per curare le ustioni corporee.

Per molte altre però non è così. Morire resta il solo modo per fare ascoltare la propria voce e per mettere fine alla violenza.

20 gennaio 2012

Massacro in Turchia: ecco le immagini delle proteste di piazza

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kurds1A distanza di meno di una settimana dal raid aereo turco avvenuto il 28 dicembre al confine con l'Iraq, nel villaggio di Roboski, la comunità curda di tutta Europa continua le sue manifestazioni di protesta per la morte di 35 persone, tutte civili, per la maggior parte ragazzi di età inferiore a 18 anni. Oggi sarà la volta di Roma.

di Paola Sarappa

Come ammesso dallo stesso governo turco si è trattato di un “errore di valutazione”, dal momento che il gruppo è stato scambiato per una cellula terroristica appartenente al Pkk (Partito curdo dei lavoratori).

La realtà è che ad essere attaccati e sterminati erano dei piccoli contrabbandieri frontalieri, impegnati nel trasporto di zucchero, sigarette e gasolio dal nord dell'Iraq in Turchia.

Secondo quanto dichiarato dal governo di Ankara, l'errore è stato provocato da una serie di informazioni fuorvianti che avevano individuato nel gruppo dei militanti travestiti da contrabbandieri.

Il presidente del partito filo-curdo Bdp (Partito Pace e Democrazia), Selahattin Demirtas, ha affermato che si è trattato invece di un “massacro pianificato dallo Stato”. 

Da giorni la comunità curda sta protestando contro l'escalation di violenza del governo turco in diverse piazze europee e oggi sarà la volta della capitale, dove si terrà un presidio, come annunciato dal Centro clturale kurdo “Ararat” e da UIKI, “Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia”, con l’adesione della “Rete Kurdistan” di Roma, “Senza Confine” e “Un Ponte Per”.