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Egitto: la sollevazione di novembre

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egittoAbbiamo tradotto questo breve ma denso commento di Hossama el-Hamalawy legato all'esito delle elezioni in Egitto e alle prospettive del movimento rivoluzionario. Abbiamo conosciuto el-Hamalawy come uno dei più lucidi interpreti e protagonisti del movimento egiziano esploso con le giornate dello scorso gennaio. In questa occasione condividiamo con il compagno egiziano la lettura generale della temporalità del processo rivoluzionario in corso. Lo abbiamo già puntualmente registrato nel caso tunisino e lo stiamo ripetendo mentre commentiamo gli eventi egiziani: se tra dicembre, gennaio e febbraio dello scorso anno abbiamo assistito ad una fase intensiva caratterizzata da giornate di lotta insurrezionali capaci di frantumare primi pezzi di regime, di seguito possiamo parlare di processo rivoluzionario estensivo, caratterizzato in Tunisia come in Egitto, da dinamiche di diffusione e accumulazione di organizzazione e lotte nella produzione e riproduzione sociale dei due paesi nordafricani. Saper guardare al divenire rivoluzionario in Nord Africa vuol dire anche imparare a regolare il valore del tempo nei processi in corso, le accellerazioni e le frenate, e considerare le insurrezioni all'interno e non esempio quasi disincarnato dalla materialità dello scontro del processo rivoluzionario. Dalla caduta di Mubarak e Ben Ali i percorsi di lotta e organizzazione si sono potenziati accumulando forza e radicandosi nei territori, in Tunisia sono stati i minatori e gli abitanti della regione di Gafsa a salutare a modo loro l'esito delle elezioni per l'Assemblea Costituente, in Egitto il movimento rivoluzionario ha preceduto con una forza straordinaria l'apertura delle urne. Ora con le prime elezioni concluse el-Hamalawy ci indica di distogliere per un pò lo sguardo da Piazza Tahrir, per guardare altrove, là dove il processo di lotta e organizzazione estensivo rivoluzionario si gioca quotidianamente: le università, i posti di lavoro, i quartieri...

La rivoluzione egiziana non può essere circoscritta a 18 giorni o a qualche mese. Avrà una portata di anni a partire dal suo radicamento, forse 4 o 5, non lo so. Ci saranno ondate, flussi e riflussi, battaglie vincenti e altre meno.

Questa sollevazione di Novembre è solo un capitolo della Rivoluzione Egiziana, non l'epilogo.

Abbiamo intrapreso un lungo percorso.

Tutti possiamo ricordarci le modalità del febbraio scorso, quando avreste potuto essere linciati durante le proteste popolari nel caso aveste inneggiato contro l'esercito. Adesso c'è una profonda disillusione verso lo SCAF, e oggi la maggiorparte del popolo può vedere chiaramente che i generali dell'esercito di Mubarak sono coloro che effettivamente guidano la controrivoluzione.

Queste elezioni non significano niente. Questo 'Consiglio di Consulenza Civile' non vuol dire nulla. Il processo politico così come è attualmente in costruzione sotto la direzione dello SCAF sta seguendo il vecchio modello turco, secondo cui dovremmo beneficiare delle elezioni e interagire con i politici 'civili' nelle loro suites, mentre gli alti ufficiali seguiterebbero a spartirsi l'ecomonia, ad avvere l'immunità dai procedimenti giudiziari e responsabilità varie.

Non ci accontenteremo mai di qualcosa che non sia un gabinetto rivoluzionario capace di mandare i generali dello SCAF a Tora.

Mentre Tahrir si è placata e #OccupyCabinet prosegue, non dobbiamo sicuramente sconfortarci per l'interrompersi della sollevazione. Segnatevi le mie parole, c'é molto di più in divenire, e loro saranno costretti a essere sempre più 'militanti'.

Il comportamento dei diversi gruppi "shabab", che siano i circoli informali della gioventù ormai radicalizzata o i gruppi della sinistra rivoluzionaria, si ritrovano molto meglio organizzati e maturi rispetto a Gennaio/Febbraio piuttosto che nei sit-in di Luglio. Inoltre, dopo la vittoria elettorale, l'assenza dei Fratelli Musulmani durante la sollevazione ha ampliato ancora una volta la frattura tra le loro sezioni giovanili e la loro leadership opportunista.

La prossima sollevazione sarà ancor più forte e organizzata.

In milioni hanno preso parte al tatrino delle recenti elezioni. La partecipazione al voto è stata largamente influenzata dal desiderio generale di cacciare via lo SCAF. I generali hanno giocato un azzardo pericoloso nel montare le aspettative verso il parlamento nascente, aspettative già infrante quotidianamente dalla giunta nel limitare i poteri del parlamento o del gabinetto venturo.

C'è un processo di disillusione in corso, che alimenterà ulteriormente la collera del 'pubblico' durante le prime sessioni parlamentari. Mi aspetto al più presto fiotti di lavoratori e impiegati civili che occuperanno le strade intorno al parlamento con le loro rivendicazioni non appena questo aprirà i battenti. E porranno delle questioni che un parlamento inetto non sarà in grado di affrontare e con le quali si darà il 'là' al conflitto ad un livello più alto di prima.

Non dovremo sederci e contemplare l'avvento della disillusione, nella stessa maniera in cui non ci sedemmo a Febbraio di fronte all'emergere dei pro-SCAF. Allora mantenemmo le nostre radici ben salde, e a esigere lo SCAF non ci fu nessuno tranne i generali controrivoluzionari di Mubarak. Tale posizione allora fu antipopolare, ma le cose oggi vanno diversamente. E il popolo non dimentica facilmente nè le loro prese di posizione nè che cosa venne detto e quando.

Così come abbiamo dovuto mollare Tahrir e dedicare le nostre energie residue a #OccupyCabinet, non scordiamoci che i conflitti si sposteranno necessariamente nei posti di lavoro e dentro le università.

EGITTO: UNA SECONDA INTIFADA?

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Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.

di Anthony Santilli

L’inizio

Tutto è cominciato dopo una giornata di protesta svoltasi in maniera pacifica durante tutta la giornata di venerdì. Centinaia di migliaia di persone avevano occupato Midan Tahrir, tradizionale
epicentro delle mobilitazioni egiziane.

Un’affluenza che non si ricordava dallo scorso 29 luglio. Una manifestazione pacifica che aveva coinvolto anche molte persone che dallo scorso gennaio non erano più scese per strada. Importanti manifestazioni anche nelle città della zona del Canale di Suez e ad Alessandria.

Notizie contrastanti venivano intanto dall’etere sulla reazione del governo egiziano.

Verso le 17 e 30 il canale satellitare privato al-Hayat aveva infatti annunciato l’intenzione del governo egiziano di ritirare la proposta di principi costituzionali oggetto della contesa fino a dopo le consultazioni elettorali.

Informativa smentita circa un’ora dopo dal gabinetto di governo con un comunicato ufficiale che affermava l’intenzione di continuare i colloqui con le forze politiche dal prossimo mercoledì.

Sale la tensione


La tensione è cominciata a salire alle prime luci dell’alba di sabato [19 novembre NdR], quando le forze di polizia egiziane hanno deciso di sgomberare la piazza dove erano assembrati centinaia di manifestanti con la ferma intenzione di promuovere un sit-in anche per il giorno seguente.

Agli slogan contro militari e forze di sicurezza, la polizia ha risposto bloccando le strade limitrofe, poi con il lancio di lacrimogeni e numerosi arresti.

La motivazione ufficiale era che i manifestanti stavano occupando illegalmente lo spazio pubblico, paralizzando il traffico cittadino.

Le provocazioni delle forze di sicurezza sono continuate per tutta la giornata di sabato. Attacchi indiscriminati contro la piazza hanno colpito duramente anche quei manifestanti che rivendicavano giustizia per le vittime della “Rivoluzione del 25 gennaio”. Atti che non hanno tuttavia intimidito i manifestanti.

Dal pomeriggio di quello stesso giorno il loro numero è cresciuto rapidamente. Molti egiziani hanno raggiunto l’epicentro delle proteste per evitare l’ennesima mattanza.

Episodi di guerriglia urbana si sono svolti durante tutta la notte con l’esercito che ha dovuto spesso indietreggiare di fronte alla determinazione dei manifestanti.

Domenica scorsa la situazione è diventata se possibile ancora più drammatica.

Alle Forza di sicurezza si sono aggiunti gli apparati della Polizia militare. La piazza non ha mollato e lo scontro ha raggiunto un punto di non ritorno. Solo in quelle ore si sono contate decine di morti e centinaia di feriti.

L’ospedale da campo fissato al centro di piazza Tahrir è stato attaccato a più riprese, le tende dei manifestanti bruciate dai militari. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e che indicano chiaramente chi siano i responsabili dell’accaduto. Gli scontri si sono protratti fino a lunedì notte, con pesanti scontri di fronte alle sedi del ministero dell’Interno.

In reazione alle violenze subite, un comunicato congiunto di 37 gruppi politici egiziani ha richiesto le dimissioni del governo di Essam Sheraf e la definizione di una road map che possa permettere entro il prossimo maggio 2012 il passaggio di poteri dai militari ad un’autorità civile.

Tra i principali firmatari il Movimento 6 Aprile, la Coalizione dei giovani per la rivoluzione, e alcuni gruppi salafiti protagonisti nelle ultime manifestazioni. Le elezioni programmate per il prossimo 28 novembre non vengono messe in discussione.

Tuttavia, secondo lo stesso comunicato, il nuovo parlamento dovrà in brevissimo tempo formare un governo e programmare le presidenziali entro l'aprile prossimo.

Le ragioni delle proteste

La manifestazione di venerdì scorso era nata da un ultimatum lanciato da una eterogenea coalizione di partiti la scorsa domenica al Consiglio supremo delle forze armate [13 novembre, ndr].

In primo piano vi erano i Fratelli musulmani ed i movimenti islamisti (al-Gama’at al-Islamiyya, Hizb al-Nur, Hizb al-Asalah ) accompagnati anche da un consistente numerodi partiti “movimentisti”, protagonisti delle manifestazioni di piazza degli scorsi mesi (Movimento del 6 Aprile, Campagna per la fine di processi militari contro i civili, Socialisti rivoluzionari1 etc. ).

Si chiedeva il ritiro del tanto discusso “documento al-Selmi” con il quale l’esercito, da mesi oramai a capo del processo di transizione, chiedeva alle principali forze politiche garanzie per la redazione di una costituzione non lesiva della sua autonomia sul piano politico ed economico.

Secondo questo documento i militari non erano tenuti a dover rendere conto del proprio budget al costituendo Parlamento egiziano.

Il netto rifiuto del governo provvisorio egiziano e del Consiglio supremo delle forze armate hanno di fatto dato il via libera alla manifestazione.

Una seconda Intifada?

Oltre alla durissima repressione messa in campo dagli apparati militari, quello che colpisce di più è la rinnovata consapevolezza del popolo egiziano.

Nel momento in cui la repressione si è fatta più aspra, il numero di egiziani scesi a manifestare è cresciuto rapidamente. Le forze di sicurezza sono state spesso costrette ad indietreggiare di fronte alla loro determinazione.

Al di là dei gruppi islamisti e della sinistra più radicale, molti partiti hanno deciso di rimanere in passiva attesa, rimanendo ai margini della generalizzata contestazione che non sembra avere, come lo scorso gennaio, un particolare colore politico.

La legittimità dei miliari sembra oramai perduta.

Il loro consenso che si è progressivamente eroso  negli ultimi per il cieco atteggiamento di chiusura di fronte alle richieste della popolazione: sia a livello politico, ma anche e soprattutto nel campo del sociale.

I militari sembrano oggi incarnare per la popolazione egiziana quello che Mubarak ha rappresentato fino a prima della sua caduta.

Ma le conseguenze di una nuova Intifada, questa volta, se davvero si arriverà a scalzare i militari come in passato si è fatto con l’ex rais, saranno ancora più importanti e forse veramente “rivoluzionarie”.

1 - The Popular Socialist Alliance, Adl and Wasat Parties, the April 6 Youth Movement, the 25 January Youth Coalition, the Youth for Justice and Freedom, No to Military Trials for Civilians, and the Revolutionary Socialists all took part in the protest. A number of political parties, including the Nasserist Karama Party and the parties affiliated with the Egyptian Bloc electoral coalition, boycotted. IBID
 

22 novembre 2011

tratto da [osservatorioiraq.it]

Egitto: "I giovani di piazza Tahrir tenuti ai margini del processo elettorale"

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Ancora morti in Egitto. I manifestanti sono scesi di nuovo in piazza contro il governo militare. Ormai si contano diverse vittime e centinaia di feriti. Gennaro Gervasio, dal Cairo, racconta: "A protestare sono soprattutto gli attori sociali rimasti ai margini del processo elettorale". Tra gli esclusi, anche i giovani di piazza Tahrir.

di This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it ">Angela Zurzolo

Manca solo una settimana alle elezioni in programma il 28 novembre, ma piazza Tahrir è tornata a manifestare. Questa volta per chiedere le dimissioni del governo militare che si è sostituito - solo temporaneamente - al regime di Mubarak.. Il bilancio degli scontri degli ultimi tre giorni è di 33 vittime.

Gennaro Gervasio, professore alla British University a Il Cairo abita proprio in piazza Tahrir. In un'intervista, racconta che tra i manifestanti è forte la paura che la "nomenclatura militare stia tentando di mantenere il potere sul paese". E non solo. Forte il malcontento degli "esclusi" dai giochi elettorali.

Secondo il suo racconto, venerdì sera, a Tahrir, c'erano molti islamisti, liberali, laici e uomini di sinistra.

"Gli islamisti sono andati via subito, come al solito. Sono rimasti gli altri. A fare il sit-in erano familiari delle vittime e amici dei 'prigionieri di opinione', i blogger arrestati".

Una parte delle manifestazioni si è tenuta proprio vicino il ministero dell'Interno. L'esercito, oggi, ha dichiarato di dover intervenire proprio per proteggere la sede.

"Non è l'esercito ad essere andato a piazza Tahrir, ma sono i contestatori ad essere venuti al ministero. I contestatori hanno il diritto di manifestare, ma noi dobbiamo frapporci tra loro e il ministero dell'Interno", ha detto il Generale Saeed Abbas, assistente del capo del comando centrale.

Gennaro Gervasio racconta ancora: "Questa volta la polizia ha usato le maniere forti. C'è stata l'evacuazione, poi ha iniziato a lanciare razzi e lacrimogeni e, a sera, è arrivata la reazione da parte dei manifestanti. Quando sono arrivati gli ultras egiziani, è diventata battaglia. Si è calmata solo nella notte".

Il professore sostiene che il numero dei feriti sia molto più elevato dei 180 dichiarati: "Una mia cara amica lavora nell'ospedale di campo allestito dai volontari in Piazza Tahrir e mi ha parlato di numeri molto più elevati rispetto a quelli ufficiali. Il ministero della Sanità, infatti, può registrare solo
quelli che si rivolgono agli ospedali. Già solamente la mia amica, ha curato diverse persone".

Poi, Gervasio chiarisce: "Il concentrarsi solo sul processo elettorale ha marginalizzato vari attori sociali e soprattutto le classi disagiate".

A manifestare sarebbero stati, secondo lui, "quelli tagliati fuori dal gioco elettorale": i poveri, ma soprattutto "i giovani di piazza Tahrir". Proprio coloro che sono stati i principali protagonisti della rivoluzione.

Scendere nuovamente in piazza, secondo Gervasio, è un modo "per riaffermare la propria presenza e sottolineare la marginalizzazione rispetto al processo elettorale".

E poi, c'è tanta incredulità sul fatto che i militari lasceranno il potere.

"E' difficile capire se le elezioni si terranno senza incidenti", ha spiegato. "Il primo comunicato del ministero ha rassicurato sul fatto che le elezioni si terranno come previsto. Nel turno elettorale del 28 c'è la zona de Il Cairo, in cui si trova Tahrir, mentre la parte al di là del Nilo fa parte di un altro
governatorato. Nelle condizioni attuali, sembra una chimera. Però, penso che sia un segnale per coloro che pensano che questi incidenti siano stati 'welcome' negli ambienti militari, che hanno interesse a differire la data delle elezioni".

Il professore, poi, individua nella "mancanza di presa di posizione del Consiglio superiore delle forze armate" un cattivo presagio, che ricorda il silenzio di Mubarak che si pronunciò solo dopo tre giorni dalla rivolta.

Gervasio, poi, riporta le accuse indiscriminate della piazza: "I politici non hanno preso posizione".
 

21 novembre 2011 [tratto da osservatorioiraq.it]

Passato, presente e futuro delle negoziazioni israelo-palestinesi

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168215 1598524681255 1180142453 31320141 3717888 nLa Palestinian academic society for the study of international affairs di Gerusalemme, ha redatto un report dal titolo: “Palestinian – Israeli negotiations and the issues at stake”. Il fine è quello di presentare una soluzione valida ed efficace per mettere fine ad un conflitto che ha messo radici apparentemente inestricabili nella regione mediorientale da troppo tempo.
 

di This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it ">Angela Zurzolo

Negli ultimi sei decenni, le proposte di negoziazione si sono succedute senza ottenere alcun successo. “L'impasse nelle negoziazioni rivela quanto poco, se non del tutto, permanga l'idea di base che le parti in conflitto abbiano qualcosa da offrire all'altro nello scambio. Sembra che Israele si sia abituata alle cose così come stanno e non abbia voglia di cambiare lo status quo: ha il controllo di tutte le questioni in gioco, compresi i terreni, le risorse naturali e la gente, mentre la sua economia
rifiorisce”, recita il rapporto.

Poi denuncia:  “Nessuno, all'interno della comunità internazionale, si è dimostrato disponibile a prendere seri provvedimenti contro le azioni illegali di Israele o a tentare di mettere fine  all'occupazione”.

Il report ripercorre quindi tutte le tappe fondamentali dei negoziati, partendo dai tentativi avviati nel gennaio del 1993, grazie alla mediazione della Norvegia, che hanno portato alla "Declaration of principles on interim self-government arrangements', base fondamentale dei principali accordi sorti successivamente.

Nonostante gli innumerevoli sforzi, comprensivi di quelli attivati durante il Processo di Oslo, la diplomazia internazionale ha fallito.

Nel 2000, la riunione dei vertici a Camp David, richiesta dagli Stati Uniti, rimane infruttuosa. Il presidente Arafat è stato rimproverato da Clinton “di aver rifiutato la generosa offerta di Ehud Barak: uno Stato palestinese i cui confini, lo spazio aereo e le risorse idriche, sarebbero state controllate da Israele e sul cui territorio sarebbero dovute coesistere quattro zone separate, completamente circondate da Israele”.

Camp David ha segnato un momento di impasse molto forte tra i due paesi. Per ovviare a questa situazione, gli Usa hanno proposto il ritiro degli israeliani dal 90% della Cisgiordania, “per lasciare spazio ad uno Stato palestinese e per trovare soluzioni ai problemi degli insediamenti e dei rifugiati a Gerusalemme”.

“Sulla base di queste idee, israeliani e palestinesi hanno avviato il dialogo nel gennaio 2001 a Taba, ma a causa delle circostanze e del tempo limitato, non sono riusciti a raggiungere un accordo. L'elezione di Ariel Sharon, a febbraio, ha effettivamente messo fine al processo”.

A proporre delle soluzioni, nel 2002, anche il principe ereditario saudita Abdullah che ha chiesto “normali relazioni” con Israele, basate sul ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, uno Stato palestinese e il ritorno dei rifugiati.

Una proposta adottata anche dalla Lega araba al summit di Beirut, nel 2002, caduta ugualmente nel vuoto. Nel 2003, l'Accordo di Ginevra volto a trovare una soluzione pacifica, inaugura una serie di road maps, di negoziati e di proposte rimaste senza alcuna efficacia.

Il rapporto Passia termina affermando: “Quasi 20 anni dopo il suo lancio, il processo di pace non è assolutamente riuscito a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Le ragioni di ciò sono molteplici, tra le quali vi sono l'incompatibilità degli obiettivi nazionale delle due parti e i loro obiettivi interamente differenti (mettere fine all'occupazione contro il mantenimento di uno status differente), il predominio delle necessità di sicurezza di Israele sui diritti inalienabili dei palestinesi, e l'assenza di un mediatore onesto e imparziale. La perdita massiccia di quasi 1.700 documenti relativi al processo di pace dalla tv Al-Jazeera all'inizio di quest'anno hanno mostrato la complicità degli Stati Uniti negli obiettivi di Israele”.

Poi, cita il professore della Columbia University Edward Said, che ha affermato: “Il grado in cui gli israeliani non hanno voluto accettare concessioni mette in seria discussione l'idea che Israele sarebbe stata disposta ad accettare una soluzione diversa che non fosse la capitolazione
completa da parte dei palestinesi su tutti i fronti”. 

16 novembre 2011 [tratto da osservatorioiraq.it]

Tribunale Russell per la Palestina: contro il crimine del silenzio

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Unemployed“Quello israeliano è un regime di apartheid con un sistema istituzionalizzato per l’esercizio del dominio”. Cape Town, Sud Africa: a parlare sono le conclusioni di giuristi, premi Nobel per la Pace, parlamentari europei, ex capi di Stato e ambasciatori, che si sono riuniti dal 5 al 7 novembre per la terza volta consecutiva dall’inizio del 2010 in quella struttura civile, popolare e internazionale nota come Tribunale Russell per la Palestina (TRP).

di Cecilia Dalla Negra

E che questa volta, dopo gli appuntamenti di Barcellona (marzo 2010) e Londra (novembre 2010) si sono dati come obiettivo quello di analizzare le politiche israeliane nei confronti della popolazione civile palestinese nei Territori Occupati, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, per stabilire – attraverso numerose testimonianze – se si potessero inquadrare in un contesto discriminatorio tale da arrivare a parlare di apartheid.

Sembra di sì, se è vero – come sostenuto dal Tribunale – che i palestinesi vivono “sotto il controllo coloniale e militare israeliano”, tanto nei propri territori sottoposti ad occupazione, quanto all’interno dei confini di Israele, così come stabiliti nel 1948.

Un risultato forse atteso, certamente già scritto nei fatti per chiunque abbia avuto modo di visitare i Territori, arrivato al termine di quella che è stata solo l’ultima tappa di un percorso lungo e articolato, che ha visto la nascita, lo sviluppo e l’affermazione internazionale di un tribunale civile e popolare.

La sua storia inizia nel marzo del 2009 quando, in ambito europeo, il Tribunale Russell per la Palestina, sulla base di alcuni illustri precedenti, viene promosso in primo luogo dall’ex senatore belga Pierre Galand, e dall’ex vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini, attivista per i diritti umani di lungo corso.

Si è da poco conclusa l’offensiva israeliana “Piombo Fuso”, che nella Striscia di Gaza, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, ha provocato oltre 1400 vittime civili, seminando distruzione e riducendo in macerie scuole, abitazioni, ospedali.

Il gruppo di personalità internazionali che si riunisce sotto la sigla del TRP vuole investigare quei fatti, oltre a tentare di dare una risposta alla domanda che preme sulla comunità Internazionale: è stato fatto davvero tutto il possibile per implementare e assicurare l’applicazione di alcune norme di diritto internazionale, del parere della Corte Internazionale di giustizia del 2004 che aveva condannato la costruzione del muro di separazione israeliano, e della conseguente risoluzione delle Nazioni Unite (ES 10/15 del 2004), che quel parere negativo confermava?

L’iniziativa ha in sé qualcosa di rivoluzionario, perché mira a dare per la prima volta un parere internazionale condiviso sul conflitto israelo-palestinese e sulle politiche israeliane in particolare, ma che sia popolare e provenga da un tribunale civile.

Ricalca le orme di precedenti illustri: siamo alla fine degli anni Sessanta quando il filosofo gallese Bertrand Russell, con il supporto di Jean Paul Sartre, crea il Tribunale Russell per il Vietnam, con lo scopo di investigare eventuali crimini di guerra commessi in quel teatro bellico dagli Stati Uniti d’America. Vi prenderà parte come penalista anche Lelio Basso, che sette anni dopo darà vita al secondo Tribunale Russell, questa volta incentrato sulle violazioni dei diritti umani in Cile, Brasile e Argentina.

Poi, nel 2009, il TRP fissa la sua agenda. I suoi lavori si articoleranno lungo quattro sessioni internazionali, la prima delle quali prende il via con successo a Barcellona: è il 1° marzo del 2010, e la sala è colma di persone arrivate da tutto il mondo.

Due giorni di lavori, al termine dei quali la giuria del Tribunale, chiamata ad ascoltare numerose testimonianze dirette e ad analizzare il ruolo dell’Unione europea nell’ambito del conflitto, emana le sue conclusioni che, per quanto non ufficiali, hanno il sapore di una sentenza.

L’Ue e i suoi Stati membri vengono riconosciuti responsabili per le violazioni della legalità internazionale commesse da Israele, tanto nell’attacco “Piombo Fuso” su Gaza, quanto nelle politiche quotidiane portate avanti nei Territori Occupati e a Gerusalemme Est, dove le espulsioni di palestinesi dalle proprie case ad opera dei coloni e la colonizzazione di terre proseguono, impunite.

La loro colpa quella di non aver fatto tutto il possibile perché quelle violazioni non avessero luogo, o quantomeno perché avessero fine, laddove il diritto internazionale impegna tutti gli Stati e non ne esime nessuno.

Quindi, le raccomandazioni: è alla società civile europea che la Corte si rivolge, chiedendole di essere guardiana delle politiche portate avanti dai rispettivi paesi, e di “mettere in atto ogni azione necessaria” perché le violazioni del diritto internazionale commesse da Israele cessino. Boicottandone le istituzioni, le relazioni economiche e i commerci, se necessario, come pratica civile, efficace, nonviolenta.

È un copione simile quello a cui si assiste a Londra, nel novembre 2010. La seconda sessione internazionale prende ad oggetto del proprio dibattito questa volta la complicità di aziende, industrie e corporation implicate in vario modo  nell’occupazione illegale di territori palestinesi da parte di Israele.

E, “con prove evidenti”, dimostra la loro “complicità nelle violazioni della legalità internazionale”. Si tratta di tutte quelle aziende che partecipano a vario titolo “alla fornitura di armi, alla costruzione e al mantenimento del muro di separazione, alla fornitura di servizi e infrastrutture per gli insediamenti illegali in Cisgiordania”. Anche in questo caso, la giuria identifica specifiche azioni legali che possano essere intraprese contro queste, e fa appello alla società civile perché attivi ogni canale possibile volto all’interruzione di affari illeciti. 

In Sud Africa, invece, si parlava di apartheid. Il terzo appuntamento internazionale, nel silenzio generale dei media mainstream, mirava ad analizzare le politiche israeliane nei confronti della popolazione palestinese, dentro e fuori i confini stabiliti dello Stato di Israele.

Se infatti apartheid significa letteralmente “separazione”, e la sua politica è quella di porre su piani gerarchici i cittadini di una stessa terra, allora quello instaurato da Israele nei confronti dei palestinesi è un regime di Apartheid.

A testimoniarlo “le demolizioni di case, le punizioni collettive corporali e psicologiche cui la popolazione è sottoposta, il deterioramento dei servizi sanitari ed educativi; il divieto di muoversi liberamente all’interno dei Territori, così come quello di praticare la propria religione”.

E ancora, “le leggi militari applicate solo ai palestinesi, le strade riservate ai soli coloni all’interno dei Territori, lo status di serie b cui sono ridotti i palestinesi residenti a Gerusalemme”. In una parola, quello che Israele fa ogni giorno è “impedire al popolo palestinese di funzionare come gruppo sociale”, separandolo per giunta attraverso un muro.

Secondo il parere del Tribunale, almeno il 30% delle violazioni commesse da Israele possono essere identificate come pratiche di apartheid, considerato un crimine contro l’umanità e vietato dal diritto internazionale.

Un tentativo importante quello del Tribunale Russell, per quanto ignorato dalla comunità internazionale e dalla gran parte dei media, che si da appuntamento per l’ultima sessione, questa volta a Washington, all’inizio del 2012.

E che si è dato come obiettivo quello di rendere evidenti ed inconfutabili i crimini commessi da Israele contro la popolazione palestinese, per realizzare l’intento enunciato già a suo tempo da Bertrand Russell: “Che questo tribunale - scriveva il filosofo - possa impedire il crimine del silenzio”.
 

8 novembre 2011[tratto da osservatorioiraq.it]