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Iraq: a chi serve la presenza americana?

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La propaganda messa in atto dalla Casa Bianca sta cercando di convincere l’opinione pubblica internazionale sulla necessità di uno stanziamento di truppe Usa sul territorio iracheno. Il susseguirsi degli attentati che stanno colpendo il paese da nord a sud non fa altro che portare acqua al mulino stelle e strisce. 

di Luca Bellusci - TRATTO DA OSSERVATORIOIRAQ.IT

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La questione del ritiro delle forze armate americane in Iraq sta diventando un rebus geopolitico, a quasi nove anni dall’invasione che decretò la fine del regime baathista di Saddam Hussein.

L’ex capo della Cia, ora segretario alla Difesa dell’amministrazione Obama, Leon Panetta, ha affermato recentemente: "Ovviamente, qualunque tipo di presenza americana (in Iraq) comporta la protezione dei nostri soldati e la garanzia di un'appropriata immunità".

La dichiarazione di Panetta è scaturita qualche giorno dopo le rivelazioni del New York Times riguardo al rifiuto della commissione parlamentare irachena per la concessione dell’immunità ai soldati americani.

Pochi giorni fa il premier iracheno Nuri al Maliki ha ottenuto il sostegno del presidente Jalal Talabani, di Ayad Allawi e di diversi alti esponenti dei principali partiti politici del paese, per il mantenimento delle truppe americane solo a fini di addestramento.

Ma l'immunità legale, chiesta da Washington nell'ambito di un accordo per un ruolo militare americano in Iraq, è stata rigettata dalla commissione.

L’attuale status quo, non solo sta paralizzando il Parlamento, ma sta compromettendo in maniera significativa la sicurezza dell’intero paese che negli ultimi giorni ha registrato una nuova escalation di violenza.

Nelle ultime ore, almeno 10 persone sono morte e circa 20 ferite in tre esplosioni a catena nel quartiere occidentale a maggioranza sciita di Washash a Baghdad.

Ma gli americani non stanno a guardare. La 'propaganda' messa in atto dalla Casa Bianca sta cercando di convincere l’opinione pubblica internazionale sulla necessità di uno stanziamento di truppe Usa sul territorio iracheno.

Il susseguirsi degli attentati che stanno colpendo il paese da nord a sud non fa altro che portare acqua al mulino stelle e strisce. Il Washington Post il 10 ottobre scorso scriveva: ”Nel 2006 ci sono stati 1.129 attacchi dei ribelli nella provincia di al-Anbar, quest'anno sono stati circa 333. Questi numeri sono stati forniti dagli americani che ora stanno lasciando il paese con ottimismo, per quanto riguarda la sicurezza irachena. Ma i (poliziotti, ndr) iracheni che rimarranno ad al-Anbar hanno una visione pessimista per il 2012, e si stanno chiedendo se la provincia sia realmente sicura o solo nell'occhio di una tempesta“. Tipico esempio di 'giornalismo embedded', in questo caso.

Gli stessi iracheni ammettono carenze strutturali nella polizia nazionale, tali da giustificare la presenza americana nel paese. Qassim al-Moussawi, portavoce del comando militare di Baghdad ha dichiarato come il livello di preparazione degli ufficiali sia ancora troppo basso e come  la polizia non sia in grado di gestire tutte le aree del paese. Per questo motivo anche il ritiro dell’esercito iracheno dalle zone urbane è stato rinviato a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda un’altra scottante questione, e cioè quella relativa alle compagnie di contractors presenti in Iraq, circa 28 operano “regolarmente” in Iraq, il ministro dell’Interno iracheno ha dichiarato come l’accordo SOFA  - Status of Forces Agreement -  non preveda una limitazione anche per questo tipo di compagnie.
Perciò, chi non vuole gli americani in Iraq?

L’Iran, o meglio il blocco sciita controllato a distanza da Teheran, che guarda al suo vicino come un’ape sul miele, pronto a creare nuove alleanze e accordi energetici che potrebbero risollevare la difficile situazione economica iraniana, aggravata dalle sanzioni americane e, in parte, da quelle europee.