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Grecia, terremoto politico. Sconfitte le istituzioni dell'austerity

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elezioni-greciaE' un vero e proprio terremoto politico quello che ha scosso ieri la Grecia, ponendo fine al sistema partitico per come si era strutturato dopo la cacciata della Giunta dei Colonnelli nel 1974.

Si registra l'astensione attiva di più di un terzo dell'elettorato - con mezzo milione circa di greci in meno alle urne rispetto al 2009. Una composizione già in buona parte riversatasi in piazza Syntagma nella giornata di collera del 12 Febbraio scorso contro la votazione del memorandum, il pacchetto di misure d'austerità richiesto dalla troika UE-BCE-FMI. E che tuttora anima le molteplici e variegate assemblee di base delle città elleniche, uscendo dal weekend come 'primo partito' del paese.

Dal canto loro, le formazioni pro-memorandum escono dal voto espresso letteralmente a pezzi. Infatti, pur mantenendo la maggioranza relativa, il partito di centro-destra Nuova Democrazia (ND) crolla al 18.9% dal 33,5% del 2009, mentre il PASOK di centro-sinistra di oltre trenta punti percentuali, dal 43,9% al 13,2%. Numeri che, nonostante un consistente premio di maggioranza, lasciano l'accoppiata (già nella formazione inedita, per un governo politico, di 'grosse koalition') ND-PASOK clamorosamente al palo dei 149 parlamentari su 300. Cioé ben lontani dai 255 sostenitori della nomina del tecnico Papademos nel novembre 2011, o anche dei 199 firmatari del memorandum del febbraio 2012 - e sotto la soglia della maggioranza assoluta. Da qui il disperato appello del famigerato ex-ministro delle finanze del PASOK Venizelos alle forze politiche per un'governo di unità nazionale', finora caduto nel vuoto.

Più che l'elezione di un parlamento, quello di ieri è stato un referendum contro le istituzioni greche ed europee del debito e della crisi, cavalcato dalla coalizione della sinistra radicale Syriza: europeista, ma contraria alle misure d'austerità. Che conquista le prefetture più popolose ed urbanizzate del paese, come l'Attica, e le metropoli, come Atene e Tessalonica, e che tuttavia si trova ad agire - come da previsioni - in un parlamento debole, frammentato e polarizzato. Oltre ad un'elevata dispersione delle preferenze espresse (con circa il 20% di esse che restano senza rappresentanza a causa dello sbarramento elettorale), all'attuale - dei sette partiti eletti - i cinque anti-memorandum sono talmente divisi sulle linee di faglia destra/sinistra ed europeismo/antieuropeismo da non poter realisticamente attuare convergenze a lungo termine. Né da parte degli stalinisti ortodossi del KKE, né dalle frange poco inclini alla messa in discussione del debito, come Sinistra Democratica.

Mentre sul fronte della destra estrema, è da registrare l'impetuosa ascesa al 7% dei neonazisti di Alba d'Oro (Chrysi Aygi); i quali, incorporando parte dei delusi del LAOS - altro partito di estrema destra ma a fino a febbraio sostenitore del governo Papademos - entrano in parlamento con una piattaforma violentemente anti-immigrazione. Fomentati dalle politiche xenofobe del ministro per la protezione del cittadino (interno) Chrisochoidis, promotore della costruzione di nuovi CIE e di svariati pogrom contro rifugiati e migranti nei sobborghi ateniesi. Rigurgiti che hanno suscitato profonda indignazione in un paese ancora memore della dittatura dei Colonnelli e persino dell'occupazione nazista; e che sono stati constrastati nei territori dai movimenti antifascisti. In particolare a Creta la popolazione locale ha cacciato dalle città i militanti di Alba d'Oro, compromettendone la campagna elettorale.

Una polarizzazione e delle tensioni che si prospettano acuirsi molto presto. Mentre oggi la borsa di Atene crolla di oltre il 7%, se uno dei primi tre partiti non riuscirà a formare un governo entro nove giorni si apre la concreta possibilità di un ritorno alle urne il prossimo mese. Termine per cui l'esecutivo dovrebbe varare ulteriori tagli alla spesa pubblica per il 2013-14, per accedere ad un finanziamento di 11 miliardi di euro da parte della UE e del FMI; e che lo stato di ingovernabilità del paese minaccia di far deragliare definitivamente.

tratto da [infoaut.org]

La resa dei conti. Ad Atene brucia la democrazia

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Se come da previsioni intorno a mezzanotte sarà approvato, da parte del Parlamento, l'accordo-capestro con il quale la Grecia si sottometterà definitivamente alla dittatura dell'ortodossia neoliberista e delle grandi banche, nelle piazze e nelle strade è già rivolta. Dopo 3 giorni di sciopero generale durante la scorsa settimana, è il momento di una battaglia che si appresta decisiva per le sorti di un popolo già vessato da due anni di massacro sociale in salsa neoliberista. E non solo Atene, ma anche altre città come Patrasso e Tessalonica sono in lotta.


greciaLacrimogeni sono la risposta poliziesca ai lanci di molotov dei manifestanti. Tutta la piazza è compatta sulle pratiche da utilizzare. Gruppi di incappucciati vengono applauditi dalla folla che riempie piazza Syntagma e le vie ad essa adiacenti, mentre le stime parlano di fino a 200.000 persone che potrebbero radunarsi fuori dal Parlamento per reclamare che il piano della Troika venga respinto. Attualmente i numeri parlano di almeno 50.000 persone nelle strade del centro cittadino, presumibile a questo punto che gli scontri continuino ad oltranza, fino al voto di un Parlamento già circondato dalla folla inferocita.

Tutto il centro città è pieno di manifestanti (sono state chiuse anche le stazioni metro per impedire alla gente di raggiungere Syntagma), l'obiettivo è infatti impedire che il Parlamento possa approvare un piano che metterebbe definitivamente in ginocchio il paese, a costo di dover entrare all’interno e di dover resistere fino alla fine, fino al blocco delle misure di austerity.

Il sostegno accordato alla manovra è bipartisan: dai partiti Pasok e Nea Democratia al governo Papademos, ma nei giorni scorsi si sono dimessi i 4 ministri del Laos (partito di estrema destra) e uno dei socialisti, certo questo non dovrebbe comunque avere risultati importanti riguardo all'adozione del piano da parte dell'assemblea legislativa greca, sembra indicare più che altro una mossa da parte del Laos stesso per guadagnare consensi all'interno dell'elettorato di centro-destra greco.

Papademos ha dichiarato ieri sulla televisione nazionale che il piano è vitale per il rilancio della Grecia, ma la percezione nel paese è quella di ascoltare un disco rotto. Il popolo greco ha sentito queste parole fin troppe volte per poter ancora credere alla retorica dei sacrifici.

Le voci raccolte dalle persone in piazze, molto eterogenee, dall'insegnante di matematica al pensionato, dallo studente universitario alla sindacalista, parlano lo stesso linguaggio: si sottolinea la distanza vergognosa tra la rappresentanza politica e la cittadinanza, distanza mantenuta manu militari da quelle forze dell'ordine che in 6000 unità stanno presidiando il centro di Atene e che ormai sono viste dalla popolazione come coloro che difendono le manovre assassine dell'1% riunito in Parlamento.

Dopo 3 anni di durissime lotte, scioperi e scontri di piazza contro le politiche della finanza internazionale imposte violentemente al popolo greco sembra che la percezione diffusa sia che, a meno di un fortunato colpo di mano dei manifestanti, difficilmente la tenacissima battaglia in corso in piazza Syntagma possa ottenere un risultato positivo nel quadro delle rivendicazioni del movimento.

L'impressione è che si stia arrivando ad una prima resa dei conti nelle soggettività e delle parti coinvolte nello scontro. Da una parte la democrazia liberale, o meglio la prassi e la cultura della rappresentanza politica sembra essere in via di frantumazione incalzata dalla BCE e dall'FMI, mentre dall'altra la prospettiva di lotta tutta concentrata sulla forma della resistenza sembra mostrare l'esaurimento della sua energia politica a fronte degli attacchi degli interessi finanziari.

Quali processi organizzativi di parte possono essere all'altezza dell'attacco e delle generosa disponibilità del proletariato greco a battersi contro l'ingiustizia globale? Proprio oggi che in Grecia la parola democrazia è stata gettata dalle elites nel fango, come è prassi ormai secolare, la riappropriazione di forme organizzative di massa e antagoniste contro la crisi è urgenza difficilmente eludibile...

tratto da [infoaut.org]

Egitto: la sollevazione di novembre

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egittoAbbiamo tradotto questo breve ma denso commento di Hossama el-Hamalawy legato all'esito delle elezioni in Egitto e alle prospettive del movimento rivoluzionario. Abbiamo conosciuto el-Hamalawy come uno dei più lucidi interpreti e protagonisti del movimento egiziano esploso con le giornate dello scorso gennaio. In questa occasione condividiamo con il compagno egiziano la lettura generale della temporalità del processo rivoluzionario in corso. Lo abbiamo già puntualmente registrato nel caso tunisino e lo stiamo ripetendo mentre commentiamo gli eventi egiziani: se tra dicembre, gennaio e febbraio dello scorso anno abbiamo assistito ad una fase intensiva caratterizzata da giornate di lotta insurrezionali capaci di frantumare primi pezzi di regime, di seguito possiamo parlare di processo rivoluzionario estensivo, caratterizzato in Tunisia come in Egitto, da dinamiche di diffusione e accumulazione di organizzazione e lotte nella produzione e riproduzione sociale dei due paesi nordafricani. Saper guardare al divenire rivoluzionario in Nord Africa vuol dire anche imparare a regolare il valore del tempo nei processi in corso, le accellerazioni e le frenate, e considerare le insurrezioni all'interno e non esempio quasi disincarnato dalla materialità dello scontro del processo rivoluzionario. Dalla caduta di Mubarak e Ben Ali i percorsi di lotta e organizzazione si sono potenziati accumulando forza e radicandosi nei territori, in Tunisia sono stati i minatori e gli abitanti della regione di Gafsa a salutare a modo loro l'esito delle elezioni per l'Assemblea Costituente, in Egitto il movimento rivoluzionario ha preceduto con una forza straordinaria l'apertura delle urne. Ora con le prime elezioni concluse el-Hamalawy ci indica di distogliere per un pò lo sguardo da Piazza Tahrir, per guardare altrove, là dove il processo di lotta e organizzazione estensivo rivoluzionario si gioca quotidianamente: le università, i posti di lavoro, i quartieri...

La rivoluzione egiziana non può essere circoscritta a 18 giorni o a qualche mese. Avrà una portata di anni a partire dal suo radicamento, forse 4 o 5, non lo so. Ci saranno ondate, flussi e riflussi, battaglie vincenti e altre meno.

Questa sollevazione di Novembre è solo un capitolo della Rivoluzione Egiziana, non l'epilogo.

Abbiamo intrapreso un lungo percorso.

Tutti possiamo ricordarci le modalità del febbraio scorso, quando avreste potuto essere linciati durante le proteste popolari nel caso aveste inneggiato contro l'esercito. Adesso c'è una profonda disillusione verso lo SCAF, e oggi la maggiorparte del popolo può vedere chiaramente che i generali dell'esercito di Mubarak sono coloro che effettivamente guidano la controrivoluzione.

Queste elezioni non significano niente. Questo 'Consiglio di Consulenza Civile' non vuol dire nulla. Il processo politico così come è attualmente in costruzione sotto la direzione dello SCAF sta seguendo il vecchio modello turco, secondo cui dovremmo beneficiare delle elezioni e interagire con i politici 'civili' nelle loro suites, mentre gli alti ufficiali seguiterebbero a spartirsi l'ecomonia, ad avvere l'immunità dai procedimenti giudiziari e responsabilità varie.

Non ci accontenteremo mai di qualcosa che non sia un gabinetto rivoluzionario capace di mandare i generali dello SCAF a Tora.

Mentre Tahrir si è placata e #OccupyCabinet prosegue, non dobbiamo sicuramente sconfortarci per l'interrompersi della sollevazione. Segnatevi le mie parole, c'é molto di più in divenire, e loro saranno costretti a essere sempre più 'militanti'.

Il comportamento dei diversi gruppi "shabab", che siano i circoli informali della gioventù ormai radicalizzata o i gruppi della sinistra rivoluzionaria, si ritrovano molto meglio organizzati e maturi rispetto a Gennaio/Febbraio piuttosto che nei sit-in di Luglio. Inoltre, dopo la vittoria elettorale, l'assenza dei Fratelli Musulmani durante la sollevazione ha ampliato ancora una volta la frattura tra le loro sezioni giovanili e la loro leadership opportunista.

La prossima sollevazione sarà ancor più forte e organizzata.

In milioni hanno preso parte al tatrino delle recenti elezioni. La partecipazione al voto è stata largamente influenzata dal desiderio generale di cacciare via lo SCAF. I generali hanno giocato un azzardo pericoloso nel montare le aspettative verso il parlamento nascente, aspettative già infrante quotidianamente dalla giunta nel limitare i poteri del parlamento o del gabinetto venturo.

C'è un processo di disillusione in corso, che alimenterà ulteriormente la collera del 'pubblico' durante le prime sessioni parlamentari. Mi aspetto al più presto fiotti di lavoratori e impiegati civili che occuperanno le strade intorno al parlamento con le loro rivendicazioni non appena questo aprirà i battenti. E porranno delle questioni che un parlamento inetto non sarà in grado di affrontare e con le quali si darà il 'là' al conflitto ad un livello più alto di prima.

Non dovremo sederci e contemplare l'avvento della disillusione, nella stessa maniera in cui non ci sedemmo a Febbraio di fronte all'emergere dei pro-SCAF. Allora mantenemmo le nostre radici ben salde, e a esigere lo SCAF non ci fu nessuno tranne i generali controrivoluzionari di Mubarak. Tale posizione allora fu antipopolare, ma le cose oggi vanno diversamente. E il popolo non dimentica facilmente nè le loro prese di posizione nè che cosa venne detto e quando.

Così come abbiamo dovuto mollare Tahrir e dedicare le nostre energie residue a #OccupyCabinet, non scordiamoci che i conflitti si sposteranno necessariamente nei posti di lavoro e dentro le università.

EGITTO: UNA SECONDA INTIFADA?

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Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.

di Anthony Santilli

L’inizio

Tutto è cominciato dopo una giornata di protesta svoltasi in maniera pacifica durante tutta la giornata di venerdì. Centinaia di migliaia di persone avevano occupato Midan Tahrir, tradizionale
epicentro delle mobilitazioni egiziane.

Un’affluenza che non si ricordava dallo scorso 29 luglio. Una manifestazione pacifica che aveva coinvolto anche molte persone che dallo scorso gennaio non erano più scese per strada. Importanti manifestazioni anche nelle città della zona del Canale di Suez e ad Alessandria.

Notizie contrastanti venivano intanto dall’etere sulla reazione del governo egiziano.

Verso le 17 e 30 il canale satellitare privato al-Hayat aveva infatti annunciato l’intenzione del governo egiziano di ritirare la proposta di principi costituzionali oggetto della contesa fino a dopo le consultazioni elettorali.

Informativa smentita circa un’ora dopo dal gabinetto di governo con un comunicato ufficiale che affermava l’intenzione di continuare i colloqui con le forze politiche dal prossimo mercoledì.

Sale la tensione


La tensione è cominciata a salire alle prime luci dell’alba di sabato [19 novembre NdR], quando le forze di polizia egiziane hanno deciso di sgomberare la piazza dove erano assembrati centinaia di manifestanti con la ferma intenzione di promuovere un sit-in anche per il giorno seguente.

Agli slogan contro militari e forze di sicurezza, la polizia ha risposto bloccando le strade limitrofe, poi con il lancio di lacrimogeni e numerosi arresti.

La motivazione ufficiale era che i manifestanti stavano occupando illegalmente lo spazio pubblico, paralizzando il traffico cittadino.

Le provocazioni delle forze di sicurezza sono continuate per tutta la giornata di sabato. Attacchi indiscriminati contro la piazza hanno colpito duramente anche quei manifestanti che rivendicavano giustizia per le vittime della “Rivoluzione del 25 gennaio”. Atti che non hanno tuttavia intimidito i manifestanti.

Dal pomeriggio di quello stesso giorno il loro numero è cresciuto rapidamente. Molti egiziani hanno raggiunto l’epicentro delle proteste per evitare l’ennesima mattanza.

Episodi di guerriglia urbana si sono svolti durante tutta la notte con l’esercito che ha dovuto spesso indietreggiare di fronte alla determinazione dei manifestanti.

Domenica scorsa la situazione è diventata se possibile ancora più drammatica.

Alle Forza di sicurezza si sono aggiunti gli apparati della Polizia militare. La piazza non ha mollato e lo scontro ha raggiunto un punto di non ritorno. Solo in quelle ore si sono contate decine di morti e centinaia di feriti.

L’ospedale da campo fissato al centro di piazza Tahrir è stato attaccato a più riprese, le tende dei manifestanti bruciate dai militari. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e che indicano chiaramente chi siano i responsabili dell’accaduto. Gli scontri si sono protratti fino a lunedì notte, con pesanti scontri di fronte alle sedi del ministero dell’Interno.

In reazione alle violenze subite, un comunicato congiunto di 37 gruppi politici egiziani ha richiesto le dimissioni del governo di Essam Sheraf e la definizione di una road map che possa permettere entro il prossimo maggio 2012 il passaggio di poteri dai militari ad un’autorità civile.

Tra i principali firmatari il Movimento 6 Aprile, la Coalizione dei giovani per la rivoluzione, e alcuni gruppi salafiti protagonisti nelle ultime manifestazioni. Le elezioni programmate per il prossimo 28 novembre non vengono messe in discussione.

Tuttavia, secondo lo stesso comunicato, il nuovo parlamento dovrà in brevissimo tempo formare un governo e programmare le presidenziali entro l'aprile prossimo.

Le ragioni delle proteste

La manifestazione di venerdì scorso era nata da un ultimatum lanciato da una eterogenea coalizione di partiti la scorsa domenica al Consiglio supremo delle forze armate [13 novembre, ndr].

In primo piano vi erano i Fratelli musulmani ed i movimenti islamisti (al-Gama’at al-Islamiyya, Hizb al-Nur, Hizb al-Asalah ) accompagnati anche da un consistente numerodi partiti “movimentisti”, protagonisti delle manifestazioni di piazza degli scorsi mesi (Movimento del 6 Aprile, Campagna per la fine di processi militari contro i civili, Socialisti rivoluzionari1 etc. ).

Si chiedeva il ritiro del tanto discusso “documento al-Selmi” con il quale l’esercito, da mesi oramai a capo del processo di transizione, chiedeva alle principali forze politiche garanzie per la redazione di una costituzione non lesiva della sua autonomia sul piano politico ed economico.

Secondo questo documento i militari non erano tenuti a dover rendere conto del proprio budget al costituendo Parlamento egiziano.

Il netto rifiuto del governo provvisorio egiziano e del Consiglio supremo delle forze armate hanno di fatto dato il via libera alla manifestazione.

Una seconda Intifada?

Oltre alla durissima repressione messa in campo dagli apparati militari, quello che colpisce di più è la rinnovata consapevolezza del popolo egiziano.

Nel momento in cui la repressione si è fatta più aspra, il numero di egiziani scesi a manifestare è cresciuto rapidamente. Le forze di sicurezza sono state spesso costrette ad indietreggiare di fronte alla loro determinazione.

Al di là dei gruppi islamisti e della sinistra più radicale, molti partiti hanno deciso di rimanere in passiva attesa, rimanendo ai margini della generalizzata contestazione che non sembra avere, come lo scorso gennaio, un particolare colore politico.

La legittimità dei miliari sembra oramai perduta.

Il loro consenso che si è progressivamente eroso  negli ultimi per il cieco atteggiamento di chiusura di fronte alle richieste della popolazione: sia a livello politico, ma anche e soprattutto nel campo del sociale.

I militari sembrano oggi incarnare per la popolazione egiziana quello che Mubarak ha rappresentato fino a prima della sua caduta.

Ma le conseguenze di una nuova Intifada, questa volta, se davvero si arriverà a scalzare i militari come in passato si è fatto con l’ex rais, saranno ancora più importanti e forse veramente “rivoluzionarie”.

1 - The Popular Socialist Alliance, Adl and Wasat Parties, the April 6 Youth Movement, the 25 January Youth Coalition, the Youth for Justice and Freedom, No to Military Trials for Civilians, and the Revolutionary Socialists all took part in the protest. A number of political parties, including the Nasserist Karama Party and the parties affiliated with the Egyptian Bloc electoral coalition, boycotted. IBID
 

22 novembre 2011

tratto da [osservatorioiraq.it]

Egitto: "I giovani di piazza Tahrir tenuti ai margini del processo elettorale"

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Ancora morti in Egitto. I manifestanti sono scesi di nuovo in piazza contro il governo militare. Ormai si contano diverse vittime e centinaia di feriti. Gennaro Gervasio, dal Cairo, racconta: "A protestare sono soprattutto gli attori sociali rimasti ai margini del processo elettorale". Tra gli esclusi, anche i giovani di piazza Tahrir.

di This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it ">Angela Zurzolo

Manca solo una settimana alle elezioni in programma il 28 novembre, ma piazza Tahrir è tornata a manifestare. Questa volta per chiedere le dimissioni del governo militare che si è sostituito - solo temporaneamente - al regime di Mubarak.. Il bilancio degli scontri degli ultimi tre giorni è di 33 vittime.

Gennaro Gervasio, professore alla British University a Il Cairo abita proprio in piazza Tahrir. In un'intervista, racconta che tra i manifestanti è forte la paura che la "nomenclatura militare stia tentando di mantenere il potere sul paese". E non solo. Forte il malcontento degli "esclusi" dai giochi elettorali.

Secondo il suo racconto, venerdì sera, a Tahrir, c'erano molti islamisti, liberali, laici e uomini di sinistra.

"Gli islamisti sono andati via subito, come al solito. Sono rimasti gli altri. A fare il sit-in erano familiari delle vittime e amici dei 'prigionieri di opinione', i blogger arrestati".

Una parte delle manifestazioni si è tenuta proprio vicino il ministero dell'Interno. L'esercito, oggi, ha dichiarato di dover intervenire proprio per proteggere la sede.

"Non è l'esercito ad essere andato a piazza Tahrir, ma sono i contestatori ad essere venuti al ministero. I contestatori hanno il diritto di manifestare, ma noi dobbiamo frapporci tra loro e il ministero dell'Interno", ha detto il Generale Saeed Abbas, assistente del capo del comando centrale.

Gennaro Gervasio racconta ancora: "Questa volta la polizia ha usato le maniere forti. C'è stata l'evacuazione, poi ha iniziato a lanciare razzi e lacrimogeni e, a sera, è arrivata la reazione da parte dei manifestanti. Quando sono arrivati gli ultras egiziani, è diventata battaglia. Si è calmata solo nella notte".

Il professore sostiene che il numero dei feriti sia molto più elevato dei 180 dichiarati: "Una mia cara amica lavora nell'ospedale di campo allestito dai volontari in Piazza Tahrir e mi ha parlato di numeri molto più elevati rispetto a quelli ufficiali. Il ministero della Sanità, infatti, può registrare solo
quelli che si rivolgono agli ospedali. Già solamente la mia amica, ha curato diverse persone".

Poi, Gervasio chiarisce: "Il concentrarsi solo sul processo elettorale ha marginalizzato vari attori sociali e soprattutto le classi disagiate".

A manifestare sarebbero stati, secondo lui, "quelli tagliati fuori dal gioco elettorale": i poveri, ma soprattutto "i giovani di piazza Tahrir". Proprio coloro che sono stati i principali protagonisti della rivoluzione.

Scendere nuovamente in piazza, secondo Gervasio, è un modo "per riaffermare la propria presenza e sottolineare la marginalizzazione rispetto al processo elettorale".

E poi, c'è tanta incredulità sul fatto che i militari lasceranno il potere.

"E' difficile capire se le elezioni si terranno senza incidenti", ha spiegato. "Il primo comunicato del ministero ha rassicurato sul fatto che le elezioni si terranno come previsto. Nel turno elettorale del 28 c'è la zona de Il Cairo, in cui si trova Tahrir, mentre la parte al di là del Nilo fa parte di un altro
governatorato. Nelle condizioni attuali, sembra una chimera. Però, penso che sia un segnale per coloro che pensano che questi incidenti siano stati 'welcome' negli ambienti militari, che hanno interesse a differire la data delle elezioni".

Il professore, poi, individua nella "mancanza di presa di posizione del Consiglio superiore delle forze armate" un cattivo presagio, che ricorda il silenzio di Mubarak che si pronunciò solo dopo tre giorni dalla rivolta.

Gervasio, poi, riporta le accuse indiscriminate della piazza: "I politici non hanno preso posizione".
 

21 novembre 2011 [tratto da osservatorioiraq.it]

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