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EGITTO: UNA SECONDA INTIFADA?

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Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.

di Anthony Santilli

L’inizio

Tutto è cominciato dopo una giornata di protesta svoltasi in maniera pacifica durante tutta la giornata di venerdì. Centinaia di migliaia di persone avevano occupato Midan Tahrir, tradizionale
epicentro delle mobilitazioni egiziane.

Un’affluenza che non si ricordava dallo scorso 29 luglio. Una manifestazione pacifica che aveva coinvolto anche molte persone che dallo scorso gennaio non erano più scese per strada. Importanti manifestazioni anche nelle città della zona del Canale di Suez e ad Alessandria.

Notizie contrastanti venivano intanto dall’etere sulla reazione del governo egiziano.

Verso le 17 e 30 il canale satellitare privato al-Hayat aveva infatti annunciato l’intenzione del governo egiziano di ritirare la proposta di principi costituzionali oggetto della contesa fino a dopo le consultazioni elettorali.

Informativa smentita circa un’ora dopo dal gabinetto di governo con un comunicato ufficiale che affermava l’intenzione di continuare i colloqui con le forze politiche dal prossimo mercoledì.

Sale la tensione


La tensione è cominciata a salire alle prime luci dell’alba di sabato [19 novembre NdR], quando le forze di polizia egiziane hanno deciso di sgomberare la piazza dove erano assembrati centinaia di manifestanti con la ferma intenzione di promuovere un sit-in anche per il giorno seguente.

Agli slogan contro militari e forze di sicurezza, la polizia ha risposto bloccando le strade limitrofe, poi con il lancio di lacrimogeni e numerosi arresti.

La motivazione ufficiale era che i manifestanti stavano occupando illegalmente lo spazio pubblico, paralizzando il traffico cittadino.

Le provocazioni delle forze di sicurezza sono continuate per tutta la giornata di sabato. Attacchi indiscriminati contro la piazza hanno colpito duramente anche quei manifestanti che rivendicavano giustizia per le vittime della “Rivoluzione del 25 gennaio”. Atti che non hanno tuttavia intimidito i manifestanti.

Dal pomeriggio di quello stesso giorno il loro numero è cresciuto rapidamente. Molti egiziani hanno raggiunto l’epicentro delle proteste per evitare l’ennesima mattanza.

Episodi di guerriglia urbana si sono svolti durante tutta la notte con l’esercito che ha dovuto spesso indietreggiare di fronte alla determinazione dei manifestanti.

Domenica scorsa la situazione è diventata se possibile ancora più drammatica.

Alle Forza di sicurezza si sono aggiunti gli apparati della Polizia militare. La piazza non ha mollato e lo scontro ha raggiunto un punto di non ritorno. Solo in quelle ore si sono contate decine di morti e centinaia di feriti.

L’ospedale da campo fissato al centro di piazza Tahrir è stato attaccato a più riprese, le tende dei manifestanti bruciate dai militari. Immagini che hanno fatto il giro del mondo e che indicano chiaramente chi siano i responsabili dell’accaduto. Gli scontri si sono protratti fino a lunedì notte, con pesanti scontri di fronte alle sedi del ministero dell’Interno.

In reazione alle violenze subite, un comunicato congiunto di 37 gruppi politici egiziani ha richiesto le dimissioni del governo di Essam Sheraf e la definizione di una road map che possa permettere entro il prossimo maggio 2012 il passaggio di poteri dai militari ad un’autorità civile.

Tra i principali firmatari il Movimento 6 Aprile, la Coalizione dei giovani per la rivoluzione, e alcuni gruppi salafiti protagonisti nelle ultime manifestazioni. Le elezioni programmate per il prossimo 28 novembre non vengono messe in discussione.

Tuttavia, secondo lo stesso comunicato, il nuovo parlamento dovrà in brevissimo tempo formare un governo e programmare le presidenziali entro l'aprile prossimo.

Le ragioni delle proteste

La manifestazione di venerdì scorso era nata da un ultimatum lanciato da una eterogenea coalizione di partiti la scorsa domenica al Consiglio supremo delle forze armate [13 novembre, ndr].

In primo piano vi erano i Fratelli musulmani ed i movimenti islamisti (al-Gama’at al-Islamiyya, Hizb al-Nur, Hizb al-Asalah ) accompagnati anche da un consistente numerodi partiti “movimentisti”, protagonisti delle manifestazioni di piazza degli scorsi mesi (Movimento del 6 Aprile, Campagna per la fine di processi militari contro i civili, Socialisti rivoluzionari1 etc. ).

Si chiedeva il ritiro del tanto discusso “documento al-Selmi” con il quale l’esercito, da mesi oramai a capo del processo di transizione, chiedeva alle principali forze politiche garanzie per la redazione di una costituzione non lesiva della sua autonomia sul piano politico ed economico.

Secondo questo documento i militari non erano tenuti a dover rendere conto del proprio budget al costituendo Parlamento egiziano.

Il netto rifiuto del governo provvisorio egiziano e del Consiglio supremo delle forze armate hanno di fatto dato il via libera alla manifestazione.

Una seconda Intifada?

Oltre alla durissima repressione messa in campo dagli apparati militari, quello che colpisce di più è la rinnovata consapevolezza del popolo egiziano.

Nel momento in cui la repressione si è fatta più aspra, il numero di egiziani scesi a manifestare è cresciuto rapidamente. Le forze di sicurezza sono state spesso costrette ad indietreggiare di fronte alla loro determinazione.

Al di là dei gruppi islamisti e della sinistra più radicale, molti partiti hanno deciso di rimanere in passiva attesa, rimanendo ai margini della generalizzata contestazione che non sembra avere, come lo scorso gennaio, un particolare colore politico.

La legittimità dei miliari sembra oramai perduta.

Il loro consenso che si è progressivamente eroso  negli ultimi per il cieco atteggiamento di chiusura di fronte alle richieste della popolazione: sia a livello politico, ma anche e soprattutto nel campo del sociale.

I militari sembrano oggi incarnare per la popolazione egiziana quello che Mubarak ha rappresentato fino a prima della sua caduta.

Ma le conseguenze di una nuova Intifada, questa volta, se davvero si arriverà a scalzare i militari come in passato si è fatto con l’ex rais, saranno ancora più importanti e forse veramente “rivoluzionarie”.

1 - The Popular Socialist Alliance, Adl and Wasat Parties, the April 6 Youth Movement, the 25 January Youth Coalition, the Youth for Justice and Freedom, No to Military Trials for Civilians, and the Revolutionary Socialists all took part in the protest. A number of political parties, including the Nasserist Karama Party and the parties affiliated with the Egyptian Bloc electoral coalition, boycotted. IBID
 

22 novembre 2011

tratto da [osservatorioiraq.it]

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