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Gaza, processo Arrigoni: ennesimo rinvio

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168215 1598524681255 1180142453 31320141 3717888 nGaza, 04 settembre 2012, Nena News - L'attesa di italiani e palestinesi e' risultata vana. La sentenza, prevista domani davanti alla corte militare di Gaza city, del processo ai quattro palestinesi imputati per il sequestro e l'assassinio di Vittorio Arrigoni, e' slittata al 17 settembre. Lo hanno comunicato fonti del tribunale militare di Gaza senza fornire alcuna motivazione del rinvio scattato, a quanto pare, all'ultimo momento.

La notizia e' stata accolta con sgomento da amici e compagni di Vittorio Arrigoni, sia a Gaza che in Italia, convinti di essere vicini alla sentenza per un omicidio che in parte rimane avvolto nel mistero.

A Gaza peraltro circolano voci di una condanna leggera per tre dei quattro imputati che verrebbero trovati colpevoli di aver partecipato al rapimento ma non all'assassinio dell'attivista italiano. Il quarto, accusato soltanto di essere un fiancheggiatore, gia' da alcuni mesi e' a piede libero. Nena News

Israele assolto: "Rachel Corrie morì per sbaglio"

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NEWS 60930Roma, 28 agosto 2012, Nena News - Israele non è colpevole. Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Haifa che ha così rigettato l'accusa di negligenza mossa contro lo Stato israeliano per l'omicidio dell'attivista americana Rachel Corrie. Israele si auto-assolve.

A muovere l'accusa contro Tel Aviv erano stati i genitori di Rachel, secondo i quali Israele andava riconosciuto colpevole di omicidio e di aver condotto un'inchiesta incompleta e parziale. Di diverso parere la corte di Haifa: il giudice Oded Gershon ha stabilito che lo Stato non è responsabile per "nessun danno causato" perché si è trattato solo di "uno spiacevole incidente". Insomma, secondo il tribunale Rachel Corrie è morta per sbaglio ed ne è la sola responsabile perché "non ha lasciato l'area come qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto".

Ma non solo. La corte di Haifa ne ha approfittato per sottolineare un'altra clausola, fondamentale per la legge israeliana: l'esercito è assolto da ogni accusa perché l'evento evento si è verificato "in tempo di guerra". Si è trattato, cioè, di "un'attività di combattimento", conseguente ad un fantomatico attacco subito da Israele poche ore prima nella Striscia di Gaza.

Ventitré anni, residente ad Olympia e attivista dell'International Solidarity Movement, Rachel è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv. A seguire la loro denuncia, l'avvocato Hussein Abu Hussein che ha accusato lo Stato di Israele di essere responsabile dell'uccisione di Rachel Corrie e di aver condotto un'indagine incompleta e poco credibile.

E così, dopo la lettura della sentenza, questa mattina il primo commento di Cindy Corrie non lascia spazio a commenti: "Sono ferita", ha detto la madre di Rachel alla stampa. Immediato l'intervento dell'avvocato Abu Hussein, secondo il quale la corte ha ancora una volta garantito l'impunità dell'esercito: "Sapevamo dall'inizio che si trattava di una battaglia in salita per ricevere risposte sincere e giustizia, ma siamo convinti che questo verdetto distorca le prove presentate alla corte".

Pochi giorni fa, anche l'ambasciatore statunitense in Israele, Daniel Shapiro, aveva espresso le sue preoccupazioni per il modo in cui Israele ha condotto le indagini sul caso Corrie, definendole "una farsa". Di diverso avviso l'opinione pubblica israeliana che non ha mai mostrato alcun interesse per la morte di Rachel, avvenuta in piena Seconda Intifada, la sollevazione popolare palestinese considerata dallo Stato ebraico un atto di guerra. Nena News

Sette giorni di ordinaria follia in sette brevi da Israele e Palestina/21

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300x146xceciliablog500.jpg.pagespeed.ic.Uv2TA2RC2m1 – Olimpiadi 1/ “Non vogliamo che la politica entri nei Giochi”, ha dichiarato il manager del team israeliano in occasione delle Olimpiadi di Londra 2012. Sarà per questo che imperversa la polemica su quella spinosa situazione di Gerusalemme, che il sito ufficiale olimpico non ha voluto indicare come “capitale di Israele”.

Forse perché non la riconoscono come tale neanche la Comunità Internazionale, le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la Corte Internazionale di Giustizia. Ma questa voce a Tel Aviv non è girata: nessuno gli ha spiegato che dichiarare unilateralmente capitale una città occupata non significa automaticamente farcela diventare.

2 - Olimpiadi 2/Una bandiera, cinque atleti e la scritta in sovraimpressione sugli schermi: “Palestina”. Non sono i telespettatori a essere impazziti ma lei che, per una volta, è stata riconosciuta. Una sua delegazione ufficiale ha preso parte alla cerimonia inaugurale dei Giochi di Londra, sfilando nello stadio olimpico come tutte le altre nazioni. Niente paura però: appena si spegne la torcia torna tutto come prima.

3 – Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza Usa in visita in Israele (ma non nei Territori palestinesi occupati) fa sapere che “il successo di Israele è dovuto alla mano della provvidenza”.

Confrontando il reddito pro-capite israeliano e quello palestinese poi, una potente rivelazione mormonica lo illumina: il primo è molto superiore al secondo. Qualche ingenuo poteva pensare che l’economia palestinese avesse un tantino di difficoltà a decollare a causa di 64 anni di occupazione israeliana. Romney, per fortuna, ha chiarito la questione: è solo sfiga. 

4 - Ma per caso ha detto “provvidenza”? No perché forse voleva dire “70 milioni di dollari in aiuti militari addizionali a Israele”.

5 – Tempo di riflessioni anche per Barack Obama, presidente Usa in campagna elettorale che ammette: “Ho fallito: non ho portato avanti il processo di pace israelo-palestinese come avrei voluto”.

Forse, il presidente americano avrebbe voluto condannare le violazioni israeliane. Forse avrebbe voluto fare qualcosa in più che ‘congelare’ simbolicamente la costruzione illegale delle colonie in Cisgiordania per una manciata di giorni; forse avrebbe voluto lasciare che l’Onu riconoscesse lo Stato di Palestina o, forse, avrebbe voluto smettere di sostenere Israele diplomaticamente, finanziariamente e militarmente. Ma forse le Invisibili Forze del Male glielo hanno impedito. Sarà per il prossimo mandato. Forse.

6 - La partnership tra Ue e Israele “è solida e vibrante”. Ne avevamo il sospetto, ma ha voluto rassicurarci il presidente di turno Ue Markouillis in occasione della riunione del Consiglio d’associazione Ue-Israele.

“Abbiamo messo a punto oltre 60 azioni concrete in quindici settori”, prosegue, illustrando una decisione perfettamente in linea con quella presa dalla Ue nel 2009: quando si stabilì di congelare lo sviluppo delle relazioni con Tel Aviv fin quando non fosse stata rispettata la legalità internazionale. Forse ci siamo persi un passaggio.

7 – “Volevano entrare a Gerusalemme senza permesso” : una validissima ragione per sparare contro tre cittadini palestinesi, ammazzarne uno e lasciarne feriti due. Storie di ordinaria occupazione (immaginaria, s’intende) al check point di Zayem.

“Inshallah Palestina! Sette giorni di ordinaria follia in sette brevi da Israele e Palestina” va in pausa per l’estate. Tra le possibili destinazioni vacanziere una botta di vita sulle spiagge dorate di Jaffa, un salto nella movida “gay-friendly” di Tel Aviv, una crociera verso Gaza schivando la marina militare israeliana, o una sciata sulle alture del Golan tra le mine anti-uomo (tutte tappe rigorosamente consigliate da questo blog).

Volevamo andare in Palestina, ma recenti visite presso agenzie turistiche, con relative brochure, ci hanno rivelato che non esiste perché è tutto territorio israeliano.

Arrivederci a settembre, e buone vacanze.

tratto da osservatorioiraq.it

Mahmoud Sarsak è libero

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Sarsakdi Emma Mancini

Betlemme (Cisgiordania), 10 luglio 2012- Mahmoud Sarsak è libero. Il giocatore della nazionale di calcio palestinese è stato rilasciato oggi dalle autorità carcerarie israeliane ed è tornato nella Striscia di Gaza, accolto dalla famiglia. Il giovane, 25 anni, era stato il mese scorso protagonista del più lungo sciopero della fame nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi: 92 giorni senza accettare cibo come forma di protesta per i continui ordini di detenzione amministrativa spiccati contro di lui da Israele, senza mai essere accusato ufficialmente di un reato e senza avere un processo. L'unica accusa mossa contro di lui dalle autorità israeliane, contenuta in un file "segreto", era quello di aver partecipato ad attività terroristiche insieme al braccio armato del partito della Jihad Islamica. Il 18 giugno scorso, dopo oltre tre mesi di sciopero, Mahmoud ha ottenuto da Israele la promessa di scarcerazione al termine dell'ultimo ordine di detenzione amministrativa. Un accordo che questa volta Israele ha rispettato: oggi Sarsak è stato liberato. Ad accoglierlo al valico di Erez tra Stato di Israele e Striscia di Gaza, c'erano centinaia di palestinesi insieme ai familiari. Subito trasferito all'ospedale di Shifa a Gaza City, ha potuto finalmente riabbracciare la madre. All'ospedale, uno dei leader della Jihad Islamica, Nafith Azzam, durante una conferenza stampa ha affermato che non si fermerà la lotta per sostenere i prigionieri politici nelle carceri israeliane: "Mahmoud ha il suo nome scritto nei registri dell'onore e della gloria e quello che ha fatto ci renderà più risoluti nel resistere all'occupazione". Arrestato il 22 luglio 2009 al valico di Erez, Sarsak è rimasto dietro le sbarre di una prigione israeliana per quasi tre anni, unico detenuto sotto la legge israeliana contro "i combattenti illegali", applicata alla sola Striscia di Gaza. Dopo l'inizio dello sciopero della fame, è riuscito ad attirare su di sé l'attenzione dello sport internazionale. Tanti gli appelli per la sua liberazione.

Da: NENA-NEWS

Mahmoud Sarsak: storia di un calciatore a cui è impedito sognare

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sarsakMahmoud Sarsak ha 25 anni, è una giovane promessa del calcio palestinese. Dalla Striscia di Gaza, dove è cresciuto, cercava di raggiungere la Cisgiordania e la sua Nazionale per rincorrere un pallone e, insieme, il sogno di rappresentare il suo paese con il calcio. È stato arrestato nel giugno del 2009 e da 3 anni si trova in un carcere israeliano senza accuse ne’ processo. Dopo 81 giorni di sciopero della fame il suo sogno e la sua vita stanno per finire. 

di Cecilia Dalla Negra 

Il suo nome è Mahmoud Sarsak, e la sua storia è un paradigma. Ha 25 anni, è un calciatore della Nazionale Palestinese.

Una giovane promessa del calcio perché, giovanissimo, ha iniziato ad allenarsi in uno dei luoghi più disagiati del mondo: il campo profughi di Rafah, a sud di una Striscia di Gaza da anni sotto assedio, tra raid aerei, assedio, bombardamenti. 

Racconta il fratello Emad che Mahmoud avesse la stoffa per diventare un campione, e che il primo passo “verso il gol della sua vita” fosse quello di uscire dal ghetto di Gaza e raggiungere i suoi compagni di squadra in Cisgiordania.

La Nazionale Palestinese, primo importante traguardo verso il sogno di giocare in una squadra internazionale, per portare nel mondo quella Palestina non riconosciuta, per rappresentare il suo paese rincorrendo un pallone e, insieme, un ideale di giustizia e libertà. 

La sua storia è un paradigma, perché è quella di tanti ragazzi cresciuti a Gaza che resistono semplicemente continuando a esistere, cercando con ogni linguaggio possibile di raccontare la Palestina e difenderla da chi tenta di cancellarla. Indossando una maglia, magari, o sventolando una bandiera, simboli che almeno nel mondo dello sport dovrebbero poter trovare cittadinanza. 

Aveva la stoffa per essere un campione, e anche il fisico adeguato, 50 kg fa. Prima di passare dal carcere a cielo aperto di Gaza a quello, in cemento armato, di Ramleh, in Israele

Il 22 giugno 2009, con le sue valige, Mahmoud Sarsak si dirigeva al valico di Erez, unica porta che collega Gaza ai Territori Palestinesi Occupati, sigillata da Israele. Unico passaggio diretto possibile verso il suo sogno, che si è aperto per portarlo invece verso un’altra prigionia. 

Slegato da gruppi, partiti e fazioni politiche, credeva di non avere niente da temere da quei soldati che controllano il valico. Invece è stato arrestato, condotto del carcere di Ramleh dove, da allora, non è mai potuto uscire. 

Le accuse? Ignote. In 3 anni Mahmoud non le ha mai conosciute, e non ha mai affrontato nessun tipo di processo.

Se per i palestinesi della Cisgiordania è infatti in vigore il regime – illegale – della detenzione amministrativa, in base alla quale Israele può detenerli a tempo indeterminato senza accuse specifiche ne’ processo, per i cittadini di Gaza esiste un valido parallelo: è la “Unlawful Combatant Law” (Legge sui Combattenti Illegali), strumento che consente ad Israele di imprigionarli alle stesse condizioni. Tempo indeterminato, fine pena potenzialmente mai.  

Mahmoud, come molti altri prigionieri prima di lui, 81 giorni fa è entrato in sciopero della fame. Una protesta – l’unica possibile – che o sta uccidendo. E, con lui, il miraggio di una giovane promessa del calcio di poter inseguire il suo pallone e il suo sogno. 

Spiega il legale, Mohammed Jabarin, che il termine per il suo arresto è stabilito al 22 agosto prossimo. Ma non ci sono garanzie che le autorità israeliane non lo rinnovino di altri 6 mesi, come hanno sempre fatto nel corso di questi 3 anni. 

Con lui tanti altri, che solo il 14 maggio scorso avevano siglato un accordo – già ripetutamente violato da Israele – per il miglioramento delle condizioni cui sono sottoposti i prigionieri politici palestinesi. Anche Akram Rikhawi, con cui Mahmoud ha firmato l’appello al governo palestinese e alla comunità internazionale perché agiscano, e non aspettino “di vederci morire”. 

Il 5 giugno scorso alcuni attivisti francesi, in sostegno alla battaglia di Mahmoud, hanno simbolicamente occupato la sede della Federazione di calcio francese.

Come spesso accade, è stato risposto loro di andare a protestare in "altra sede". Un “passaggio palla” ben noto agli attivisti internazionali che si battono per i diritti del popolo palestinese, in una partita ad armi impari che vede sempre il più forte segnare. 

La storia di Mahmoud è un paradigma soprattutto perché non fa notizia. Se il club per il quale gioca fosse una squadra quotata, sostenuta da migliaia di tifosi; se Sarsak fosse una delle tante super-star calcistiche mondiali, se non fosse palestinese, se non fosse stato arrestato da Israele, la sua sarebbe una notizia da prima pagina.

Mahmoud è un giovane calciatore che sta giocando la partita della vita con uno sciopero della fame che lo ucciderà nel silenzio internazionale. Una promessa cui è stato vietato di segnare, di giocare, di sognare.

Tratto da osservatorioiraq