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UNA VITTORIA A META’ CONTRO IL CARCERE SENZA PROCESSO

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prigionieri-300x226Ramallah, 16 maggio 2012 -  «Quest’anno la commemorazione della Nakba ha un aspetto positivo – diceva ieri Aghsan Barghouti, un attivista di «Herak Shebabi», il movimento giovanile indipendente, giunto assieme ad altre centinaia di ragazzi davanti alla prigione militare israeliana di Ofer, vicino Ramallah. «La vittoria ottenuta dai nostri prigionieri politici conferma che i palestinesi hanno una tremenda capacità di resistenza e che non dimenticheranno mai i loro diritti», spiegava Barghouti, membro di una delle famiglie della Cisgiordania che ha dato tanti esponenti alla politica e alla società civile. La prigione di Ofer è stata uno dei punti principali delle iniziative organizzate per la Nakba, perché simbolo della «detenzione amministrativa» (il carcere senza processo) contro cui si sono battuti prigionieri politici palestinesi attuando un lungo sciopero della fame.
Una battaglia che ha portato a risultati importanti ma che non autorizzano a parlare di «vittoria piena», così come celebravano ieri nei Territori occupati e anche all’estero i tanti che hanno sostenuto la protesta dei detenuti in sciopero della fame. Certo, non è poco aver strappato migliori condizioni di vita in carcere. Così come è significativo il diritto dei prigionieri di Gaza detenuti in Cisgiordania di poter incontrare i famigliari e anche la restituzione delle salme di 100 palestinesi sepolti nei «cimiteri dei nemici» in Israele. Più di tutto è motivo di felicità nei Territori l’annuncio della liberazione di Bilal Diab e Thaer Halahla, i due prigionieri che, sfidando la morte, per 76 giorni hanno rifiutato il cibo perché chiusi in cella senza aver subito un processo. Tuttavia è doveroso sottolineare che Israele non ha rinunciato alla «detenzione amministrativa», illegale per la legge internazionale e obiettivo principale dello sciopero della fame, ma ha promesso ai mediatori egiziani soltando che la userà con «moderazione».
I palestinesi ieri sono scesi a migliaia nelle strade per commemorare il 64esimo anniversario della Nakba, non solo nei Territori occupati ma anche in Libano e altri paesi arabi. Al Cairo un corteo di 2mila egiziani e palestinesi ha attraversato il centro commerciale dalla moschea Omar Makram fino all’università americana. A fine giornata il bilancio è stato meno grave rispetto a quello dell’anno scorso. Il 15 maggio 2011 migliaia di rifugiati cercarono di varcare le linee armistiziali tra Israele con la Siria. Le forze di sicurezza israeliane risposero uccidendo 8 persone e provocando centinaia di feriti.
Dalla prigione di Ofer i soldati ieri hanno lanciato gas lacrimogeni e granate assordanti contro i manifestanti, ferendo o intossicando 63 persone, tra cui un ragazzo di 16 anni. Al posto di blocco di Qalandiya, tra Ramallah e Gerusalemme, un centinaio di manifestanti ha scagliato pietre contro le postazioni dell’esercito israeliano che ha risposto sparando candelotti di gas lacrimogeni. A Nilin (Ramallah) alcuni dimostranti hanno cercato di attraversare il check-point all’estremità del villaggio ma i soldati li hanno bloccati: tre persone sono state arrestate, tra cui l’attivista Naji Tamimi. Manifestazione anche al posto di blocco tra Betlemme e Gerusalemme ma in questo caso è stata la polizia dell’Anp di Abu Mazen a fermare un paio di centinaia di giovani dimostranti partiti dal campo profughi di Aida. Incidenti anche a Gerusalemme. Nel quartiere di Issawiya quattro palestinesi sono stati arrestati. E in migliaia hanno sfilato in corteo anche a Hebron (dove ci sono stati scontri con gli israeliani), a Ramallah e a Qalqiliya. A Gaza la manifestazione è terminata al quartier generale dell’Onu dove i partecipanti hanno scandito slogan in sostegno del diritto al ritorno per i profughi.

tratto da NENA NEWS di Michele Giorgi

FANGO SU VIK, VILE STRATEGIA DEGLI IMPUTATI

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Palestina bambino muro JustinMcIntoshMICHELE GIORGIO

Gerusalemme, 13 aprile 2012, Nena News – Nel giorno della prima udienza vera del 2012, tre dei quattro imputati per l’assassinio di Vittorio Arrigoni hanno lanciato un insidioso tentativo di gettare fango sulla figura dell’attivista e giornalista italiano. Ritrattando in buona parte le confessioni che avevano reso negli interrogatori seguiti all’arresto da parte della polizia di Hamas, i tre – Mahmud Salfiti, Tamer Hasasnah e Khader Jram – hanno recitato, davanti ai giudici della corte militare di Gaza city, la parte dei giovani difensori delle tradizioni sociali «minacciate» da un presunto stile di vita troppo «liberal» di Vittorio. «Volevamo dargli soltanto una lezione, gli altri intendevano ucciderlo ma noi non lo sapevamo», hanno proclamato i tre cavalieri della moralità. Un passo vergognoso, vile, frutto di una strategia precisa degli avvocati della difesa, che mira a macchiare l’immagine di Vik che di Gaza aveva fatto la sua bandiera e che ai diritti dei palestinesi aveva dedicato negli ultimi anni il suo impegno politico ed umano. Vittorio conosceva bene le tradizioni di Gaza, rispettava la sua gente ed era attento a non turbare le sensibilità locali. Le insinuazioni sulla vita privata di Vittorio appaiono ancora più gravi mentre migliaia di italiani e palestinesi hanno avviato decine di iniziative, molte della quali proprio a Gaza, per l’anniversario dell’assassinio avvenuto il 15 aprile dello scorso anno.

In un’aula ieri gremita di amici e conoscenti di Vittorio, tra i quali la cooperante Meri Calvelli e la fotoreporter Rosa Schiano, gli imputati Jram, Hasasnah e Salfiti, hanno sostenuto di aver confessato la loro partecipazione al rapimento e all’assassinio dell’italiano «sotto la forte pressione» degli inquirenti. Hanno quindi smentito di aver preso parte al sequestro allo scopo ottenere la scarcerazione dello sceicco al Maqdisi, un capo del gruppo salafita Tawhid wal Jihad detenuto a Gaza. Più di tutto hanno negato di essere stati a conoscenza di un piano per uccidere l’attivista italiano. A loro dire questo piano era stato concepito dai due «capi» del gruppo di rapitori, il giordano Abdel Rahman Breizat e Bilal Omari, rimasti uccisi poco dopo l’assassinio di Vittorio in uno scontro a fuoco con la polizia. È evidente il tentativo degli avvocati della difesa di far ricadere tutte le responsabilità su Breizat e Omari che non possono raccontare la loro versione dei fatti. La prossima udienza è fissata per il 14 maggio e secondo alcune voci potrebbe essere l’ultima prima della sentenza.

tratto da [nena news]

ISRAELE E LE SUE COLONIE: NO AL CONSIGLIO ONU PER I DIRITTI UMANI

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168215 1598524681255 1180142453 31320141 3717888 nGerusalemme, 27 marzo 2012, Nena News – Israele ha deciso di interrompere ogni rapporto di lavoro con il Consiglio Onu per i diritti umani (Unhrc). «Non risponderemo più nemmeno alle telefonate», ha avvertito una fonte ufficiale dopo il passo fatto ieri dal ministro degli esteri Avigdor Lieberman di «rompere ogni contatto» con l’Unhrc, che ha sede a Ginevra. All’origine di questa decisione c’è il voto di giovedì scorso al Consiglio per i diritti umani di inviare nei Territori occupati, su richiesta dell’Anp, una commissione incaricata di raccogliere informazioni sulle ripercussioni «civili, politiche, economiche, sociali e culturali» delle colonie ebraiche – costruite da Israele in violazione della legge internazionale – sulla vita della popolazione palestinese. Una risoluzione adottata con 36 voti favorevoli e dieci astensioni: solo gli Stati uniti hanno votato contro. Tel Aviv si prepara a non dare alcuna cooperazione alla commissione che, come ha fatto capire domenica il vice ministro degli esteri Moshe Ayalon, con ogni probabilità non sarà autorizzata a raggiungere i Territori palestinesi. Lo stesso accadde con la commissione d’inchiesta Goldstone, formata per indagare sui crimini di guerra commessi durante l’offensiva israeliana «Piombo fuso» (dicembre 2008 – gennaio 2009), che fu costretta ad entrare a Gaza passando per il valico di Rafah con l’Egitto. Israele potrebbe inoltre decidere ritorsioni nei confronti dei dirigenti dell’Anp che, afferma, avrebbero adottato «un approccio unilaterale… e usano la questione delle colonie per giustificare qualsiasi cosa». Giovedì scorso, dopo aver appreso del voto a Ginevra, il premier Benyamin Netanyahu aveva subito bollato la risoluzione come «ipocrita», ricordando che il Consiglio «ha finora assunto 91 decisioni, 39 delle quali relative a Israele, tre alla Siria e una all’Iran. Non tutti però in Israele condividono la linea del primo ministro di difesa ad oltranza delle colonie e, quindi, dell’occupazione. Nelle prossime settimane, ad esempio, tre giovani “refusnik” andranno in prigione, perché «colpevoli» di aver rifiutato il servizio di leva in protesta con la linea militarista del governo. Una scelta che lo Stato ebraico non riconosce come diritto. «Rifiuto il servizio militare per solidarietà con i palestinesi che lottano contro l’occupazione – ha spiegato Alon Gurman, 18enne di Tel Aviv, che entrerà in carcere il prossimo 16 aprile – Spero d’incoraggiare altri a fare lo stesso». Nena News

GAZA: NUOVI RAID AEREI, 21 MORTI DA VENERDI’

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gaza massacroUccisi stamani altri tre palestinesi: due nella zona di Khan Yunis, il terzo, un ragazzo che andava a scuola, a Sudaniya. E' in corso una trattativa mediata dagli egiziani ma il cessate il fuoco e' ancora lontano

 MICHELE GIORGIO

Gaza, 12 marzo 2012, Nena News -  Sono ore decisive per il raggiungimento della tregua che gli egiziani stanno mediando tra Israele e i palestinesi. Quella del Cairo è una corsa contro il tempo per evitare una nuova operazione di terra dell’esercito israeliano contro Gaza. Il cessate il fuoco però appare ancora lontano. Stamani un nuovo attacco aereo ha ucciso due palestinesi nella zona di Khan Yunis. Poco fa un ragazzo di 15 anni e’ stato ucciso da un drone mentre andava a scuola a Sudaniya. Feriti cinque sui compagni.

Nella notte Gaza e’ stata colpita in sei punti, a nord e a sud. Pesante il raid sul campo profughi di Jabalia dove sono rimasti feriti 33 civili, tra i quali diversi bambini. Sono 20 i palestinesi uccisi da venerdì, in buona parte militanti del Jihad islami, ma i missili israeliani hanno ucciso anche civili, tra cui un bambino di 12 anni. Per il portavoce militare israeliano invece gli attacchi aerei prendono di mira depositi di armi e aree di lancio razzi. Negli ultimi tre giorni i palestinesi hanno sparato 140 razzi. A decine sono caduti in zone aperte, altri hanno colpito aree residenziali e, ieri a Bersheeva, anche una scuola chiusa in quel momento. Israele si protegge con il sistema «Iron Dome» che in tre giorni ha abbattuto una quarantina dei razzi. Oggi nel sud del paese 200mila studenti rimarranno a casa.

Israele spiega che la sua offensiva aerea e’ scattata dopo il lancio di razzi da Gaza ma gli stessi giornali dello Stato ebraico scrivono che l’escalation e’ cominciata con l’uccisione venerdi’ scorso di Zuheir Qaisi, segretario generale dei Comitati di resistenza popolare (Crp). Qaisi si trovava a Tel al-Hawa in automobile con un altro palestinese, Ahmed Hanani, quando un caccia israeliano ha sganciato un razzo che li ha centrati in pieno uccidendoli. Un «omicidio mirato», visto che un portavoce militare ha prontamente comunicato che Qaisi aveva «progettato, finanziato e diretto», l’attacco dello scorso agosto lanciato dal Sinai egiziano in territorio israeliano e nel quale rimasero uccise otto persone, in maggioranza soldati.  Nena News

tratto da [nena-news]

Passato, presente e futuro delle negoziazioni israelo-palestinesi

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168215 1598524681255 1180142453 31320141 3717888 nLa Palestinian academic society for the study of international affairs di Gerusalemme, ha redatto un report dal titolo: “Palestinian – Israeli negotiations and the issues at stake”. Il fine è quello di presentare una soluzione valida ed efficace per mettere fine ad un conflitto che ha messo radici apparentemente inestricabili nella regione mediorientale da troppo tempo.
 

di This e-mail address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it ">Angela Zurzolo

Negli ultimi sei decenni, le proposte di negoziazione si sono succedute senza ottenere alcun successo. “L'impasse nelle negoziazioni rivela quanto poco, se non del tutto, permanga l'idea di base che le parti in conflitto abbiano qualcosa da offrire all'altro nello scambio. Sembra che Israele si sia abituata alle cose così come stanno e non abbia voglia di cambiare lo status quo: ha il controllo di tutte le questioni in gioco, compresi i terreni, le risorse naturali e la gente, mentre la sua economia
rifiorisce”, recita il rapporto.

Poi denuncia:  “Nessuno, all'interno della comunità internazionale, si è dimostrato disponibile a prendere seri provvedimenti contro le azioni illegali di Israele o a tentare di mettere fine  all'occupazione”.

Il report ripercorre quindi tutte le tappe fondamentali dei negoziati, partendo dai tentativi avviati nel gennaio del 1993, grazie alla mediazione della Norvegia, che hanno portato alla "Declaration of principles on interim self-government arrangements', base fondamentale dei principali accordi sorti successivamente.

Nonostante gli innumerevoli sforzi, comprensivi di quelli attivati durante il Processo di Oslo, la diplomazia internazionale ha fallito.

Nel 2000, la riunione dei vertici a Camp David, richiesta dagli Stati Uniti, rimane infruttuosa. Il presidente Arafat è stato rimproverato da Clinton “di aver rifiutato la generosa offerta di Ehud Barak: uno Stato palestinese i cui confini, lo spazio aereo e le risorse idriche, sarebbero state controllate da Israele e sul cui territorio sarebbero dovute coesistere quattro zone separate, completamente circondate da Israele”.

Camp David ha segnato un momento di impasse molto forte tra i due paesi. Per ovviare a questa situazione, gli Usa hanno proposto il ritiro degli israeliani dal 90% della Cisgiordania, “per lasciare spazio ad uno Stato palestinese e per trovare soluzioni ai problemi degli insediamenti e dei rifugiati a Gerusalemme”.

“Sulla base di queste idee, israeliani e palestinesi hanno avviato il dialogo nel gennaio 2001 a Taba, ma a causa delle circostanze e del tempo limitato, non sono riusciti a raggiungere un accordo. L'elezione di Ariel Sharon, a febbraio, ha effettivamente messo fine al processo”.

A proporre delle soluzioni, nel 2002, anche il principe ereditario saudita Abdullah che ha chiesto “normali relazioni” con Israele, basate sul ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, uno Stato palestinese e il ritorno dei rifugiati.

Una proposta adottata anche dalla Lega araba al summit di Beirut, nel 2002, caduta ugualmente nel vuoto. Nel 2003, l'Accordo di Ginevra volto a trovare una soluzione pacifica, inaugura una serie di road maps, di negoziati e di proposte rimaste senza alcuna efficacia.

Il rapporto Passia termina affermando: “Quasi 20 anni dopo il suo lancio, il processo di pace non è assolutamente riuscito a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Le ragioni di ciò sono molteplici, tra le quali vi sono l'incompatibilità degli obiettivi nazionale delle due parti e i loro obiettivi interamente differenti (mettere fine all'occupazione contro il mantenimento di uno status differente), il predominio delle necessità di sicurezza di Israele sui diritti inalienabili dei palestinesi, e l'assenza di un mediatore onesto e imparziale. La perdita massiccia di quasi 1.700 documenti relativi al processo di pace dalla tv Al-Jazeera all'inizio di quest'anno hanno mostrato la complicità degli Stati Uniti negli obiettivi di Israele”.

Poi, cita il professore della Columbia University Edward Said, che ha affermato: “Il grado in cui gli israeliani non hanno voluto accettare concessioni mette in seria discussione l'idea che Israele sarebbe stata disposta ad accettare una soluzione diversa che non fosse la capitolazione
completa da parte dei palestinesi su tutti i fronti”. 

16 novembre 2011 [tratto da osservatorioiraq.it]