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Movimenti

No allo sgombero di Zona 22

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zona22ZONA 22 è uno spazio riqualificato, rinnovato e restituito alla comunità. Un’ex sottostazione dismessa da sette anni, destinata al degrado o nel migliore dei casi alla speculazione e all’abusivismo edlizio. Più di un anno fa un gruppo di cittadini autorganizzati ha dato avvio al progetto di recupero e riqualificazione di quest’area rendendo concreta e tangibile l’idea di una pianificazione relazionale e interattiva sensibile alle differenze e vicina alle esigenze e i “sogni” di chi vive quotidianamente qu

esto paese. L'obiettivo principale è stato sin dall’inizio quello di promuovere pratiche di autorganizzazione dei cittadini, al fine di una gestione più sostenibile di spazi, attrezzature e risorse. Tutto questo avvalorando l'inclusione sociale, la condivisione come ricchezza culturale e favorendo impegno civile, senso civico e cittadinanza attiva.
Il 16 Agosto 2012 più di 50 tra cittadin@ e attivist@ di Zona 22 hanno invaso il comune di San Vito Chietino con la richiesta dell'immediato ritiro delle denunce operate dai carabinieri, per conto dell'amministrazione, e l'immediata assegnazione degli spazi di via Caduti sul Lavoro agli occupanti. (http://www.globalproject.info/it/in_movimento/san-vito-chietino-se-il-comune-non-va-da-zona-22-zona-22-va-dal-comune/12105). (http://www.globalproject.info/it/in_movimento/zona-22-non-si-tocca/12101). La risposta dell’amministrazione, apparentemente orientata all’apertura di un tavolo di trattative in direzione dell'assegnazione degli spazi dell'ex sottostazione elettrica(http://www.globalproject.info/it/in_movimento/san-vito-chietino-zona-22-ottiene-lapertura-di-un-tavolo-di-trattativa-con-il-comune/12115) era stata confermata da un secondo incontro avvenuto il 20 agosto. In realtà, in un incontro informale tra il Sindaco Rocco Catenaro, il consigliere Gabriele Nardone e una delegazione di Zona 22 si è palesata inaspettatamente la volontà dell'amministrazione di procedere con la richiesta ufficiale di sgombero, qualora l'abbandono dello spazio non fosse avvenuta in modo volontario da parte degli attivisti occupanti. Tale posizione, totalmente opposta a quella espressa dal sindaco nei due incontri ufficiali, trova ulteriore conferma nell’incontro avvenuto oggi in Prefettura tra amministrazione comunale e autorità competenti. Dinanzi all'incapacità dell'amministrazione di riconoscere il valore culturale e sociale delle iniziative promosse da Zona 22, riteniamo nostro diritto e nostro dovere difendere l'esistenza di un luogo di socialità come questo.
Zona 22 è pratica alternativa di trasformazione del territorio, spazio funzionale all’emergere di nuovi soggetti nella scena della comunità e al consolidamento di nuovi diritti e nuove cittadinanze. Spazio che ha dato e che vuole continuare a dare la possibilità a tanti soggetti diversi di poter esprimere collettivamente le proprie individualità.
E proprio a questi soggetti, ai gruppi emergenti che hanno attraversato lo spazio, ai bambini che hanno giocato, cantato e recitato, alle maestre che li hanno guidati, al quartiere che ci ha sopportato e supportato e a tutti coloro che in Zona 22 hanno trovato il proprio “spazio” chiediamo di partecipare domenica 9 alla giornata di mobilitazione in difesa di Zona 22.

Anche la Russia rinuncia al progetto TAV

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no-tavda Infoaut.org – Dopo la rinuncia del Portogallo e i recenti tentennamenti francesi, sul progetto del TAV anche la Russia fa un passo indietro: nei giorni scorsi, infatti, il governo di Mosca ha annunciato che nei prossimi anni non finanzierà la costruzione di linee ad alta velocità a causa della mancanza di fondi.

In vista dei mondiali di calcio del 2018 la Russia aveva in programma la costruzione di due nuove linee (per un finanziamento totale di 103 miliardi di euro), ma la voce sul TAV è stata ora eliminata dai programmi di investimento dei prossimi due anni.

Solo poche settimane fa al governo era stato presentato un progetto di costruzione per gradi, che avrebbe dovuto ridurre il peso economico dell’opera, ma tanto gli investitori privati quanto lo Stato hanno ormai reso noti i propri ripensamenti.

Il motivo? Per entrambi l’efficienza economica dell’opera non appare tale da giustificare un simile investimento e il ministro Shuvalov ha dichiarato che, in vista dei mondiali di calcio, è più ragionevole migliorare ed implementare la linea esistente, piuttosto che impegnarsi in un progetto economicamente rischioso.

Brutte notizie, dunque, per le aziende Alstom e SNCF, che già scalpitavano in vista della grossa gara di appalto che si sarebbe aperta nei primi mesi del 2013 per i lavori del cantiere russo, e che di fronte alle decisioni del governo di Mosca si ritrovano a dover frenare i propri appetiti speculativi.

Un duro colpo, però, anche per il progetto europeo complessivo di linee ad alta velocità: il corridoio 5, che dovrebbe collegare Lisbona e Kiev, si ritrova ora senza capo né coda…

Chissà come la prenderanno i vari Saitta ed Esposito, che giusto ieri erano impegnati a farfugliare la solita solfa sull’irrinunciabilità dell’opera per l’Italia e sul procedere (a loro dire!) dei lavori all’interno del non-cantiere di Chiomonte…evidentemente la smania di poter mettere mano a una fetta dei guadagni speculativi del TAV gli ha fatto perdere anche quel poco di lucidità che sta portando diversi paesi europei a fare un passo indietro rispetto al progetto.

Le carceri scoppiano: andiamo ad urlarlo al Ministero

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250507 10150194319037120 526742119 7472065 2015944 nSono oltre 67.000 le persone rinchiuse nelle carceri del nostro Paese in strutture che ne potrebbero contenere al massimo 42.000.
Il maggior sovraffollamento degli ultimi 60 anni. Un record.
Le condizioni di detenzione sono inaccettabili: mancanza di acqua e di igiene, di spazi per attività sportive o semplicemente per muoversi, docce insufficienti, vitto immangiabile, assistenza sanitaria nulla ecc.
Amnesty International le definisce “trattamenti inumani e degradanti” e “tortura”.

Per questi “trattamenti” lo Stato italiano è stato condannato più volte dalla Corte europea di Strasburgo.
Nel 2008 il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu ha sottoposto il nostro Paese alla Universal Periodical Review, una procedura di revisione periodica riguardante i diritti umani.
Sull’Italia sono state emanate ben 92 raccomandazioni. Eppure si continua a torturare: alla Diaz, come a Bolzaneto e in piazza a Genova nel luglio 2001.
Non si tratta di episodi isolati e straordinari: ma di pratiche ordinarie dello Stato, delle classi dirigenti e delle istituzioni.

Qual è il motivo di questa “grande carcerazione” cosi come definita dagli esperti? In questi ultimi decenni i reati gravi contro le persone sono in diminuzione, e allora?
La risposta è che in un momento in cui l’Europa sta vivendo una delle più grosse crisi economiche, il sistema capitalistico risponde con la repressione e la carcerazione coatta per soffocare la nascita del conflitto sociale dove ogni violazione dell’ordine pubblico deve essere sanzionata. In sostanza il peso di questa crisi è scaricato sulle spalle, già massacrate, dei più poveri, di chi lavora in modo precario, di chi non trova lavoro, di chi con il magro salario non arriva alla terza settimana del mese.
Le carceri italiane non sono piene di potenti corrotti o inquisiti eccellenti, ma di autori di piccole trasgressioni: oltre 25.000 sono condannati a pene inferiori ai 3 anni (e per le leggi italiane dovrebbero trascorrere la sanzione in “misura alternativa” non in carcere).
Negli ultimi decenni sono state create leggi liberticide come la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, la ex Cirielli sulla recidiva,
che sostenute dalle campagne forcaiole della stampa nostrana hanno alimentato un clima che rende sempre più difficile l’accesso alle misure alternative.
E’ con questa stessa repressione che per una manifestazione si rischiano fino a 15 anni di carcere;
ogni mobilitazione, ogni lotta subisce l’aggressione delle forze dell’ordine e la condanna della magistratura giunge puntuale con pene altissime.
In questo paese la cosiddetta “legalità” considera più grave una manifestazione collettiva per un bisogno negato (lavoro,
casa, sanità, ecc.), piuttosto che l’azione criminale di chi devasta l’ambiente, saccheggia le nostre vite e riduce alla fame e/o uccide.

Le detenute e i detenuti si ribellano, a questo massacro non ci stanno!

Sono decine e decine le carceri in lotta.
Dal sud al nord Italia la protesta si espande: scioperi della fame o del vitto, battiture delle sbarre e sciopero delle lavorazioni.
I detenuti e le detenute chiedono Amnistia, Indulto, accesso rapido alle misure alternative, di uscire dal carcere, di mettere fine a quel sovraffollamento spaventoso che rende, la già dura condizione di chi è privato della libertà, del tutto inaccettabile e invivibile.

Siamo al fianco di chi lotta in carcere e vogliamo fare nostri gli obiettivi di lotta della popolazione detenuta
Sosteniamo e diffondiamo in tutta la città la loro lotta!

Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare a un presidio
Giovedì 2 agosto davanti al Ministero di Giustizia in via Arenula a partire dalle ore 17.00.

Assegnata la scorta ai poliziotti condannati per le violenze alla Diaz

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Diaz-sangueFerruccio Sansa su Il Fatto Quotidiano racconta di una circolare planata all’Antiterrorismo e all’Antimafia in cui si destina una protezione di primo livello, cioè riservata a persone che corrono un “rischio imminente ed elevato” fatta di una scorta di tre auto blindate e sei agenti e presidio vicino all’abitazione con destinatari Francesco Gratteri e Gilberto Calderozzi, freschi di condanna per falso confermata dalla Cassazione per il G8. Ma perché Gratteri e Calderozzi dovrebbero ottenere la protezione?

I diritti fondamentali delle vetrine...Genova non finisce. Non per ieri, ma per oggi e domani.

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liberi tutti4L’accanimento, si sa, non conosce fine.

Quello genovese dura da undici anni. Undici anni e poi quello che si vorrebbe fosse l’atto risolutivo: la sentenza di condanna definitiva inflitta dalla Corte di Cassazione a dieci manifestanti. Una decisione emessa in un momento tutto particolare: mentre il modello neoliberista esplode nella più lunga crisi economica degli ultimi 40 anni e in tutta Europa si restringono gli spazi dei diritti conquistati e le espressione del conflitto.

I reati di “devastazione e saccheggio” li ereditiamo dal codice penale fascista ancora in vigore, un abominio giuridico utilizzato in maniera del tutto discrezionale e “politica” per infliggere condanne esemplari. Condanne che qualcuno doveva prendersi la briga di spiegare: in cosa, esattamente, sarebbero consistiti “devastazione e saccheggio”, e perché sarebbero stati causati proprio da quelle dieci persone, tra le centinaia di migliaia che erano a Genova?

Non si è risparmiato il Procuratore Generale Gaeta, sostenendo nella sua requisitoria che, questi reati di derivazione fascista sono da reinterpretare in funzione repubblicana, legata alla necessità di tutelare la libertà di pensiero e di manifestare.

Ricordiamo bene, come questo stato e le sue “forze dell’ordine” tutelarono la libertà di manifestare durante il G8 del 2001, quando si determinò “la più grave sospensione dei diritti democratici dal secondo dopoguerra in un paese occidentale”. Ricordiamo la devastazione dei corpi e del pensiero prodotti dalla militarizzazione di una città intera, dalle informative deviate, le frontiere chiuse, le cariche feroci, gli spari, i gas cs, gli arresti arbitrari, le torture, i pestaggi, le falsificazioni e gli insabbiamenti. Ricordiamo il saccheggio della vita di un ragazzo e la devastazione del suo corpo dopo la morte. Su tutto questo, a undici anni di distanza l’autorità giudiziaria italiana ha pronunciato la sua verità: a Genova ci fu una repressione brutale e indiscriminata verso chi manifestava ma, non ci sono responsabilità politiche, ha pagato una parte della truppa ed una parte dei suoi comandanti sul campo.

Il capo della polizia dell’epoca è stato nominato sottosegretario di questo governo e difende, pubblicamente, i suoi pretoriani. I manifestanti entrano in carcere. Non ci aspettavamo niente di buono da questa sentenza. Eppure, di fondo, restava la voglia di pensare che la realtà, a volte, sa anche sorprendere.

Ma la realtà di oggi è che almeno quattro dei dieci condannati sono destinati al carcere.

Sulla loro pelle si manda un segnale a tutti e a tutte: d’ora in poi, basterà osservare qualcun rompere una vetrina per prendersi dai 6 anni in su. Se poi si aiuta a romperla, gli anni sono almeno dieci. Dopo questa sentenza, possiamo dire che le vetrine hanno vinto sulle persone. Inoltre il messaggio è inequivocabile: non provate a scendere in piazza o a manifestare nelle strade, tutti e tutte a casa a subire la crisi senza fare storie.

La campagna 10×100 si è sviluppata su dieci persone e il loro destino ma pensiamo sia riuscita anche a produrre dei risultati politici. Non solo con la raccolta di tante firme ma anche informando una opinione pubblica fino ad oggi per la maggior parte all’oscuro dell’esistenza di questo reato e di come si stava chiudendo Genova2001. Un dibattito si è acceso anche sui media mainstream. Ma la campagna non finisce qui. In un certo senso inizia ora. Non solo perché vogliamo continuare a contribuire ad aprire ambiti di discussioni di libertà ma anche perché bisogna continuare a portare solidarietà a chi oggi si trova in carcere.

L’urgenza ora è proprio non lasciarli soli e sole.

Genova non finisce. Il sipario non si cala.

Per mandare lettere e telegrammi a Marina e Alberto:

Marina Cugnaschi c/o Casa Circondariale San Vittore Piazza Filangieri 2 - 20123 Milano

Alberto Funaro c/o Casa Circondariale Capanne Via Pievaiola 252 - 06132 Perugia

tratto da: 10x100.it