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Come da copione: tutti i notav rinviati a giudizio. Processo il 21 novembre

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lavalle non si-arrestaChe il copione, vecchio e noioso, fosse già scritto lo sapevamo da tempo, ed oggi ne è arrivata la conferma: su 46 imputati, 45 rinviati a giudizio e andranno a processo il prossimo 21 novembre.

Tre ancora in carcere, in diversi con misure detentive che vanno dai domiciliari agli obblighi di dimora per reati che vanno dal danneggiamento, a violenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Un processo imbastito secondo un teorema che trova (sconattissimo) conferma nei rinvii a giudizio avvenuti dopo aver aperto il processo entro i sei mesi utili alla carcerazione preventiva (fatto quasi mai visto) e dopo 15 giorni di udienze preliminari dove sono state rigettate tutte le richieste di inammissibilità delle difese.
Si è aperto anche il valzer delle parti civili, alcune indicibili come consorzi e ditte che in tribunale di solito ci vanno per i propri fallimenti e per le inchieste che le vedono coinvolte, agenti e sindacati di polizia che in un momento di crisi tenmtano anche loro di spuntare qualche eurino in più.
Sorpresi? Per niente
Sconfitti? Neanche a parlarne!

TAV, la Francia ci ripensa?

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no tavIn un articolo di oggi il quotidiano 'Le figaro' annuncia che, in merito alle linee ad alta velocità francesi, ‘dopo il momento delle promesse, è arrivato quello della realtà’.

Nella giornata di ieri il ministro del bilancio francese Cahuzac ha infatti dichiarato che il progetto delle linee ad alta velocità che da tempo viene euforicamente sbandierato è stato proposto senza tener conto della situazione finanziaria del paese, e che sarà quindi necessario rinunciare a parte del progetto (che attualmente prevede 14 linee per un totale di 200 km e 260 miliardi di euro).

Le dichiarazioni del ministro fanno eco a quanto emerso recentemente da un rapporto della Corte dei conti, che sottolinea come le nuove linee ad alta velocità non siano finanziariamente sostenibili e che non è dimostrata né la loro redditività finanziaria, né quella socio-economica, né i vantaggi ambientali, suggerendo che sarebbe invece decisamente più produttivo modernizzare e potenziare la rete già esistente.

Nei prossimi giorni verrà convocata una commissione, composta da esperti e parlamentari, incaricata di stilare entro la fine dell’anno una lista di priorità tra i vari progetti, ma le dichiarazioni del ministro dei Trasporti hanno già lasciato intravedere quale sarà la direzione della sforbiciata al complesso di linee: quelle già in costruzione non verranno toccate, quasi sicuramente si salveranno i collegamenti tra Bordeaux e Tolosa e tra Parigi e l’aeroporto di Roissy, mentre in cima alla lista delle opere che più probabilmente verranno cassate compare proprio il progetto della Torino-Lione!

Per questa, infatti, il costo previsto (11 miliardi circa) è considerato troppo elevato, soprattutto a fronte del fatto che, stando ai dati relativi al traffico di merci, risulterebbe ampiamente sottoutilizzata e quindi inutile (esattamente quanto il movimento No Tav denuncia da anni tra le varie ragioni di opposizione all’opera...).

E così, mentre in Italia politicanti di ogni colore sono rimasti soli a blaterare sull’irrinunciabilità del collegamento tra Torino e Lione, in Francia il progetto comincia a traballare e un barlume di lucidità in merito allo spreco colossale di risorse pubbliche che il progetto comporterebbe sembra aver folgorato qualche politico d’oltralpe...

tratto da [infoaut.org]

MUTUO SOCCORSO: RITORNO AL FUTURO

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L’adesione a questo sistema è volontaria. Il versamento di una quota associativa permette il riconoscimento di un sussidio per malattia, invalidità o decesso, e spinge il socio a partecipare alle assemblee in cui si discutono i bilanci, si definiscono le prestazioni da erogare, oppure l’elezione degli organismi dirigenti.

«Fino a 10 anni fa il mutualismo era un fenomeno circoscritto - afferma Placido Putzolu, presidente della Fimiv - Gran parte delle società di mutuo soccorso sopravvivevano a se stesse dopo la creazione dello Stato sociale, i grandi sindacati e i partiti di massa. Oggi che la spesa sanitaria delle famiglie cresce, e lo Stato non riesce più a garantire prestazioni efficienti e si sta ritirando dalla gestione del welfare, la mutualità si propone come un soggetto no-profit. Il nostro intervento è integrativo, non sostitutivo rispetto a quello del pubblico».

Nel 2008 un decreto del governo Prodi, e un altro  autorizzò l’apertura dei Fondi Sanitari Integrativi, attuando la riforma sanitaria del 1999. Questi decreti hanno vincolato il 20 per cento delle prestazioni erogate dai fondi sanitari, dalle casse e dalle mutue alla copertura di prestazioni per non autosufficienza, odontoiatria, al fine di godere di benefici fiscali.

Anche grazie a questo provvedimento, nell’ultimo quinquennio sono nate oltre 100 società di mutuo soccorso. Un accordo tra Fimiv e Confcooperative ha permesso di promuovere la mutualità attraverso le banche di credito cooperativo dalla Lombardia alla Puglia. Un altro fronte di sviluppo è quello dei contratti nazionali. Sono almeno 50 i rinnovi che prevedono forme di mutualità. Ci sono fondi che interessano il commercio (Fondo Est), i chimici o i metalmeccanici. Per tutte le categorie del lavoro dipendente che aderiscono a un fondo mutualistico aziendale la deducibilità fiscale dell'assistenza integrativa è del 100 per cento.
Il futuro degli autonomi
La situazione è ben diversa per un milione e mezzo di lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata Inps e per oltre 4 milioni di precari. Per loro, che non partecipano alla contrattazione collettiva, e sono privi di tutele per la maternità, infortuni o malattie professionali, il mutualismo è una risorsa. Chi decide di aderire a un fondo mutualistico ha diritto solo alla detraibilità del 19 per cento della quota associativa. Questa ingiustizia viene denunciata anche dalla Fimiv: «Il rischio più prossimo è quello di una frattura sociale sull'equità dei livelli di tutela – sostiene Putzolu – Non si è ancora trovato il modo per estendere i benefici delle coperture complementari a chi non svolge un lavoro dipendente».

Come rimediare? «I problemi non si risolvono da soli. Le persone si devono mettere insieme secondo una logica di welfare territoriale - risponde Putzolu - Noi, ad esempio, stiamo sperimentando la mutualità territoriale. A Bolzano, c’è il fondo “Mutual Help” della Cesare Pozzo, si rivolge tanto ai dipendenti quanto ai professionisti e ai loro familiari. In questi progetti di continuità assistenziale possono essere coinvolti tanto le Asl, quanto le mutualità del posto».

Soci, non clienti
«In Italia siamo arrivati ad un paradosso – aggiunge Valerio Ceffa, direttore di Insieme Salute, una società di mutuo soccorso di base in Lombardia con 10.500 soci, 200 in più che nel 2011, e un patrimonio che ammonta a più di un milione di euro - le persone che non hanno tutele come i precari o gli autonomi devono preoccuparsi dei costi inerenti alla propria salute. Il mutualismo ha enormi possibilità in questo campo, ma viene frenato dalla scarsa coesione sociale degli autonomi e precari, e anche dalla scarsa conoscenza di queste nuove possibilità. Noi abbiamo iniziato ad affrontare questo problema con il gruppo, piccolo ma coeso, dei traduttori di Strade».

«Il vero problema - continua Ceffa - è come riempire il vuoto che sta lasciando lo Stato: al cittadino viene detto solo di arrangiarsi, e di pagare quando ha bisogno. Davanti a lui sembra esserci solo un rapporto di mercato con le aziende private che hanno l’obiettivo del profitto. L’assicurazione privata tende a sostituire lo Stato, salvo poi lasciargli tutti i costi. Nel privato ci sono strutture che lavorano bene, ma guarda caso spesso non hanno pronto soccorso, la rianimazione, reparti per i malati di Aids o per lungo degenze».

Ciò non significa che lo Stato debba abdicare al suo ruolo di tutela dei diritti fondamentali delle persone. Il mutualismo permette una gestione sociale dei rischi per la salute che il welfare assistenzialistico non riesce ad assicurare. «Alla base - conclude Ceffa - c’è un gruppo che si auto-organizza, crea una struttura che risponde alle proprie esigenze. Chi si associa non verrà mai buttato fuori e avrà sempre il diritto di essere curato. Se i costi per una malattia sono notevoli, la mutualità continuerà ad assisterlo comunque. Per noi le persone sono soci, non clienti».
Mutualismo operaio
Nel campo del lavoro dipendente, Insieme Salute ha creato una convenzione insieme agli operai della Bcs, un gruppo di Abbiate Grasso specializzato nella ìproduzione di macchine agricole con 100 milioni di fatturato. L'idea è stata di Danilo Tonella, cinquantaquattro anni, delegato Fiom da 25, che oggi siede nel Cda della società di mutuo soccorso. Cinque anni fa, ha proposto ai suoi colleghi di inserire la mutualità nel rinnovo del contratto aziendale. «L'idea è nata da una necessità semplicissima - ricorda Tonella - In Lombardia abbiamo un sistema sanitario abbastanza efficiente, ma l'aumento dei costi delle prestazioni, delle terapie o dei ticket gravano su uno stipendio di 1200 euro. Per un'ecografia si arriva a pagare 70 euro».

Con Insieme Salute, gli operai della Bcs hanno definito una convenzione con l'azienda alla quale hanno aderito 300 colleghi (su 600). Nel contratto è stata inserita una quota annua di 45 euro a carico dei lavoratori e 150 a carico dell'azienda che permette il rimborso totale delle spese sanitarie. «I tempi di attesa sono lunghissimi, se vai con le convenzioni con i privati si accorciano i tempi, ma si pagano tanti soldi. La proposta del mutualismo supera questi problemi. Per il lavoratore ha costo quasi zero, visto l'integrazione aziendale, e i tempi sono più veloci. Bisogna unirsi, altrimenti finiamo in pasto ai pescecani».


Traduttori visionari
Il 1 novembre 2011, il Sindacato dei Traduttori Editoriali Strade, affiliato alla Slc-Cgil, ha stipulato con la società di mutuo soccorso «Insieme Salute» la convenzione «Elisabetta Sandri» per offrire tutele di tipo assistenziale a traduttori e scrittori. Un esperimento visionario, quanto mai necessario, visto che non è prevista alcuna assistenza per i traduttori editoriali che lavorano in regime di diritto d’autore. La convenzione garantisce un assegno di gravidanza, doppio per quella a rischio; il rimborso dell'80 per cento per tutti i ticket, oltre che un sostegno in caso di perdita dell’autosufficienza o di malattia di un parente. La quota annuale è di 246 euro e, diversamente dal lavoro dipendente, è interamente a carico del socio.

Una disparità ricorrente da quando esistono i fondi negoziali integrativi alla quale si sta cercando di rimediare inserendo la mutualità nella contrattazione nazionale. È accaduto nella trattativa tra Slc e l'associazione degli editori (Aie). I traduttori editoriali, insieme alle altre figure indipendenti che lavorano nel settore, sono stati inseriti in una coda contrattuale che permetterà di ripartire le spese con i datori di lavoro.
«La nostra scelta è caduta sul mutuo soccorso per convenienza economica – afferma Fabio Galimberti - le assicurazioni sanitarie impongono premi insostenibili per una categoria a basso reddito come la nostra. La filosofia di fondo di “Insieme salute” ci ha convinto perché esclude il criterio del profitto e prevede l'obbligo di non ripartire tra i soci eventuali avanzi di cassa, ma di erogarli a beneficio della mutua come accade nelle associazioni senza scopo di lucro».

Il progetto di Strade è a lungo termine e mira a costituire un fondo di assistenza allargato alle categorie affini. Una volta raggiunto il numero minimo di aderenti alla convenzione (60 persone), adesso si tratta di raggiungere la quota impegnativa di almeno 2 mila persone. I traduttori editoriali hanno iniziato a scalare la montagna interpellando i colleghi tecnici di Aiti, poi i Redattori precari di Rerepre, la categoria dei dialoghisti cinematografici (Aidac). Sono in corso contatti con i consulenti del terziario avanzato di Acta.
Questa paziente tessitura di una rete può rappresentare un esempio da seguire   per le tipologie professionali che formano il popolo del Quinto Stato, 5 milioni di lavoratori atipici, autonomi e precari, un terzo della forza-lavoro attiva in Italia, «Il mutualismo è facilmente applicabile alle partite Iva in gestione separata Inps – conferma Galimberti – e per tutte le categorie che hanno problemi di continuità lavorativa. Un'altra sfida sarà quella di estendere l'adesione ai singoli».

«Il sistema previdenziale e quello assistenziale – aggiunge un'altra esponente di Strade, Elena Doria, che da poco siede nel Cda di “Insieme Salute” - garantisce solo una parte del mondo del lavoro e rischia di esplodere. Anzi quello dell'assistenza è un sistema già a pezzi». Scenari di guerra sociale, non certo rassicuranti a dire la verità. «Purtroppo è così – risponde Doria – gli indipendenti devono attrezzarsi, o per loro non ci sarà salvezza. Noi vogliamo andare controcorrente. In tempi in cui l'alternativa sembra essere quella tra uno Stato sempre più centralizzato e burocratico e un privato sempre più costoso, noi partiamo da una democrazia basata su un sistema reticolare e il controllo dal basso da parte dei soci di una mutua».

La vita degli autonomi, e delle loro famiglie, sarà destinata a peggiorare dato che, come sostengono credibili previsioni, la nuova riforma del lavoro spingerà molti di loro a lavorare in nero. «Le mutue non ti chiedono una busta paga per diventare socio - risponde Elena Doria - ti chiedono di percepirti come un soggetto sociale per beneficiare del welfare».

Roberto Ciccarelli

pubblicato su Il manifesto

tratto da [furiacervelli.blogspot.it]

L'inchiesta "sud ribelle" è morta: cos'è stata, cosa rimane

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nog8La V sezione della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del procuratore generale di Catanzaro in merito al processo "sud ribelle" per le manifestazioni contro il Global Forum e il G8 di Napoli e Genova 2001.

Si conclude così, con l'assoluzione dei tredici compagni imputati, un processo che fece il suo clamoroso debutto con venti arresti subito dopo il Social Forum di Firenze del 2002.

Un incredibile castello accusatorio "onnicomprensivo" che andava dalla Cospirazione contro l'ordine Costituzionale (e "contro l'ordine economico mondiale" ...!), all'associazione sovversiva e a delinquere. Un'operazione che cercava di "raccontare" il movimento di centinaia di migliaia di persone e la contestazione all'autoritarismo dell'ordine globale nelle giornate di Napoli e Genova 2001 come la "cospirazione" degli imputati colpiti dall'inchiesta. Con il governo che si costituì parte civile e pretendeva dagli stessi imputati anche un milione di euro di danni...

Il tentativo, infine fallito, di adeguare ai nuovi movimenti, alle dinamiche fluide della rete e dei nuovi processi di coinvolgimento sociale, l'armamentario repressivo degli anni '70. 

Una vicenda che dietro le quinte ha visto agitarsi il solito sfondo nero degli apparati di sicurezza di questo paese, la vendetta di Stato e il carrierismo personale: la gara tra questure e caserme nei primi mesi del 2001 a pre-costruire i "colpevoli" delle previste contestazioni al G8 di Genova, l'uso di uno strano attentato per attuare intercettazioni telefoniche a tappeto, l'inchiesta che nasce sulle indagini della digos di Cosenza e del Ros di Catanzaro e che poi, dopo il primo tribunale del Riesame, vira sul famoso faldone del generale Ganzer (quello condannato per traffico di cocaina), che fece il giro delle Procure in attesa di trovarne una che accogliesse il suo teorema. E una serie di eventi (poco) sorprendenti: il pm Fiordalisi che vide rimossa una sua precedente incompatibilità ambientale alla procura di Paola, dovuta a presunte omissioni nello svolgimento delle sue funzioni e a un'accusa di tentata concussione, il Gip Nadia Plastina (che firmò gli arresti) che diventò  capo dipartimento del ministero di Castelli.... 

Ma anche una storia che ha visto a più riprese uno straordinario processo di autodifesa popolare a partire dai tantissimi che si mobilitarono subito in tutta italia e dalle oltre centomila persone che inondarono Cosenza dopo gli arresti del 2002, in quella che è stata la più grande manifestazione nella storia della città!

Sicuramente il teorema di Ganzer, Cantafora (il capo della digos di Cosenza) e Fiordalisi è stato sconfitto già in quei giorni, in quelle ore in cui un imponente movimento difendeva la sua pretesa di cambiare il mondo.

Fare un bilancio politico di questa vicenda e di quello che dopo  ne è venuto (o che non è venuto), non è negli scopi di questa piccola nota, ma fra le cose che restano alcune preferisco elencarle:

- un processo costato più di 500mila euro, una vicenda penale aperta per quasi dieci anni con oltre 60 udienze.  Un' inchiesta che durò due anni con  perquisizioni ( oltre 100 in tutto il sud), pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, 20 arresti... 

 - La prima pagina razzista di Libero dopo gli arresti ("Brigate Pummarola"...)

- La solidarietà dei movimenti sociali, il lavoro volontario degli avvocati

- Le intuizioni di un percorso di ri-composizione a sud all'interno del movimento no-global dopo lo straordinario risultato delle giornate di marzo 2001 a Napoli. Un percorso che si misurò con obiettive difficoltà e venne infine aggredito dall'inchiesta, ma che aveva anticipato  molti temi che sarebbero esplosi negli anni seguenti all'interno della crisi: la lotta alla devastazione ambientale, le mobilitazioni contro la precarietà e il carovita, l'esigenza di riavviare la critica storica e sociale dei modelli di "democrazia dei subalterni" che caratterizzano la governance nel sud.

- Le cariche violentissime nella piazze di Napoli e Genova, le torture nelle Caserme Raniero (Napoli) e Bolzaneto (Genova), la mattanza cilena nella scuola Diaz, l'assassinio del nostro compagno e fratello Carlo Giuliani...

- L'impellenza di ritornare a "cospirare" insieme anche da sud contro l'arroganza dei poteri, l'ingiustizia sociale, lo sfuttamento e la prevaricazione

Intanto, mentre lo Stato continua ad autoassolvere i suoi apparati per le mattanze di Napoli e Genova, promuovendo i principali responsabili, dieci compagni processati dalla procura genovese rischiano fino a dieci anni di carcere per accuse da codice fascista ("devastazione e saccheggio" per aver tirato un sasso o essersi opposti alle cariche indiscriminate di quelle giornate di luglio 2001 che portarono all'assassinio di Carlo Giuliani..): difenderli è un'urgenza assoluta. Genova non è finita!

Genova: per la legge italiana quella della Diaz non fu tortura

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Diaz-sangueIl processo sul massacro della Diaz approda in Cassazione e ripropone le carenze legislative italiane in materia di diritti umani. Se l'ordinamento italiano prevedesse il reato di tortura, la posizione dei poliziotti imputati sarebbe molto più pesante.

Il processo sull’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova arriva alle battute finali, in Cassazione, e comincia con un segnale chiaro: vietate le riprese audiovisive e le foto, secondo un dispositivo di legge che di solito si applica quando i contenuti di un processo non sono di “interesse sociale”. 
Sono cinque le udienze previste, prima che si possa mettere un sigillo sulla vigliacca aggressione poliziesca ai danni degli occupanti della scuola Diaz. La spedizione punitiva, vera e propria rappresaglia del Reparto Mobile dopo la guerriglia di piazza, fu condotta da circa 200 celerini, coordinati da almeno 20 tra funzionari e alti graduati. Il blitz causò 93 feriti, di cui alcuni assai gravi, come nel caso del giornalista inglese Mark Covell che denunciò ignoti per tentato omicidio. Molti protagonisti di quel cruento atto repressivo non sono mai stati identificati.

Il processo per i fatti della Diaz ha finora visto, tra primo grado e appello, un clamoroso ribaltamento.
Nella sentenza di primo grado, risalente al 12 novembre 2008, il tribunale di Genova assolse i vertici della polizia Giovanni Luperi, Francesco Gratteri e Gilberto Calderozzi, condannando invece 13 esecutori materiali dei pestaggi tra le mura della scuola. Tutte le condanne sono a carico di membri del famigerato 7° Mobile di Roma: quattro anni al suo capo dell'epoca Vincenzo Canterini, per calunnia, falso ideologico e lesioni. Tre anni a Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, per concorso in lesioni aggravate. 
Il vice di Canterini, Michelangelo Fournier è invece stato condannato a due anni di reclusione. 
Per la montatura delle molotov all'interno della scuola Pietro Troiani fu condannato a tre anni, Michele Burgio a due anni e 6 mesi, incriminati per calunnia, falso ideologico e violazione della legge sulle armi.

La Corte d’Appello di Genova, nell’agosto 2010, ribaltò le sentenze di primo grado. Gianni De Gennaro si beccò una condanna a un anno e quattro mesi per aver indotto Francesco Colucci, allora questore di Genova alla falsa testimonianza. I super-poliziotti che erano stati assolti in primo grado, sono stati condannati a pene comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni, con l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni: Francesco Gratteri, quattro anni; Vincenzo Canterini a cinque anni; Giovanni Luperi, quattro anni; Spartaco Mortola, tre anni e otto mesi; Gilberto Caldarozzi, tre anni e otto mesi. I due delle molotov, Pietro Troiani e Michele Burgio, vedono aumentate le proprie condanne a tre anni e nove mesi. 

Questo il quadro complessivo che la Corte di Cassazione dovrà valutare.
Nella prima udienza emergono subito delle questioni di fondamentale importanza. La procura generale di Genova aveva chiesto, infatti, per tutti i condannati per lesioni la modifica del reato in tortura, appellandosi alla “Convenzione europea contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti”. Tale richiesta è stata confutata dal PG Gaeta, che ha anteposto la superiorità delle leggi italiane rispetto alle direttive europee; in sintonia quindi con la solita tendenza del governo italiano a non recepire le linee guida comunitarie in materia di diritti umani. La convenzione contro la tortura esiste a livello europeo, ma oltre a non essere trasformata in legge nell’ordinamento italiano, può essere evidentemente applicata o meno a discrezione di giudici e magistrati.
La seconda questione riguarda il ricorso presentato dai difensori degli imputati di riaprire il processo e di riascoltare tutti i testimoni, viste le evidenti differenze tra le condanne di primo e secondo grado. Gaeta valuta come inammissibile anche questa richiesta.
La sentenza è prevista per venerdì 15 giugno, e verrà emessa dal presidente della quinta sezione, giudice Giuliana Ferrua.

Contestualmente al processo di Cassazione per i fatti della Diaz, è nato un movimento di solidarietà intorno ai 10 manifestanti del G8 accusati di devastazione e saccheggio. Anche per loro è previsto a luglio l’ultimo grado di giudizio in Cassazione. Le condanne a loro carico si preannunciano molto pesanti: si va dagli 8 ai 14 anni, per reati risalenti al Codice Rocco e a vecchie normative del ventennio fascista, rispolverate per l’occasione.

di Adriano Chiarelli tratto da Contropiano.org