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Sanna, un questore sulla ruspa

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sanna-300x184Apprendiamo dai quotidiani di oggi della promozione a Questore del vicario della Questura di Torino Salvatore Sanna. Una promozione, un salto di carriera e forse una possibile destinazione dove esercitare le sue funzioni per un funzionario delle forze dell’ordine molto conosciuto in Valle di Susa.

Nel 2005 al Seghino guidava le truppe che passarono quel ponte solo con l’inganno e si fece notare a Mompantero quando, tenendo a bada sindaci e cittadini, disse loro: “oggi lo stato siamo noi”.

Ma lo ricordiamo ancora di più “cavalcare” la ruspa delle forze dell’ordine per sgomberare il presidio di Venaus, dove al grido di “schiacciateli tutti”, passoò sopra la barricata eretta dal lato “passeggeri”.

C’è da notare che il premio va ad un agente che ha comandato un’azione di polizia fortemente contestata da tutti, sulla quale vi è ancora il peso della sentenza di archiviazione formulata per le forze dell’ordine che lascia l’amaro in bocca, ma che da anche alcune piccole soddisfazioni. (Leggi Sgombero del presidio di Venaus: archiviate le responsabilità , il comunicato del Movimento e la sentenza). Ad esempio il neo questore Sanna, dal decreto di archiviazione, ha deciso che:

  • lo sgombero era stato pianificato qualche ora prima in una riunione avvenuta presso l’aula magna del locale Reparto Mobile , e sebbene l’ordine era di limitare le manganellate, questo non valeva per gli esponenti dei centri sociali presenti, che anzi dovevano avere trattamento diverso;
  • le violenze avvennero per opera di agenti di polizia e dirigenti della Questura di Torino, che però non possono essere individuati come responsabili perché bardati da caschi e passamontagna i primi, reticenti e menzogneri i secondi;
  • feriti di quella notte non hanno mentito e le percosse sono tutte ascrivibili all’azione di polizia, perché ” alla luce dell’estensione delle violenze non può non evocarsi, di uno scarso livello di professionalità, tecnica e/o sotto il profilo della cultura democratica, del personale operante.”
  • Le forze di polizia, riconosciute nella catena di comando, hanno mentito su molti aspetti, coprendosi a vicenda, il Gip non è stato in grado di capire chi ha mentito di più, ma nella motivazione dà certezze in  merito.
    Infine il Gip Cibinel conclude così, scrivendo “alla luce dell’estensione delle violenze non può  non evocarsi, di uno scarso livello di professionalità, tecnica e/o sotto il profilo della cultura democratica, del personale operante”;

e ancora:

  •  nell’interesse generale, si faticherebbe a scegliere se preferire una categoria di funzionari tanto sprovveduti, quali nel complesso di presentano, escludendo tutti di avere visto ciò che almeno qualcuno tra loro e almeno in parte avrebbe dovuto vedere, ma che non mentono all’autorità giudiziaria, o una categoria di funzionari che mentono all’autorità giudiziaria, ma che nel caso dell’operazione di cui si tratta, pur non essendo stati in grado di governare le forze comandate in modo da impedire eccessi di violenza, di questi si erano resi conto e avevano almeno tentato di controllarli.

In tutti questi anni si è sempre contraddistinto per essere in prima fila nelle azioni che contano, in carriera ha coordinato le scorte dopo la strage di Capaci e al G8 di Genova, a Torino ha diretto il commissariato di Mirafiori, e nell’ultimo primo maggio torinese era tra i più esagitati nell’effettuare fermi senza alcuna motivazione visto chei fermati sono stati rilasciati al termine del corteo.

Ancora una volta, sull’onda di quanto avvenuto per il G8 Genovese dove i responsabili della mattanza alla scuola Diaz sono stati tutti promossi, ecco che anche qui, nella Valle di Susa, gli uomini più fedeli non si dimenticano mai.

Noi ce lo ricordiamo così, cavalcare senza paura la ruspa del piacere, come una canzone del movimento notav recita:

Han la divisa scura e una speranza in cuor:

mandarti giù in galera a colpi di baston.

Alle tre e mezza và la ruspa del potere

e nell’oscurità c’è Sanna e vuol godere.

TRATTO DA NOTAV.INFO

Stalingrado a cinque stelle

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occupyparma L'esito delle ultime amministrative a Parma, con la vittoria di Federico Pizzarotti, candidato sindaco per il Movimento 5 Stelle ci pone dinanzi a giganteschi interrogativi, sui quali proponiamo alcuni spunti di riflessione diretti a non stigmatizzare, ma, anzi, a lasciare spazi aperti alle prerogative di un percorso complesso, mutevole ed in divenire. Un'analisi che si distacchi dalla lettura parziale che trae fondamento dalle categorie concettuali e politiche con cui siamo stati fin qui soliti confrontarci.

Lo stravolgimento dello scenario politico consegnatoci dall'ultima tornata elettorale, ci pone dinanzi alla necessità di dotarci di uno spettro di analisi più articolato rispetto alla crisi in cui versa il rapporto tra società civile e politica istituzionale, rimarcando non poche discontinuità tra il fenomeno "Grillo" a livello nazionale e la vittoria del M5S sul nostro territorio.

Anomalia ravvisabile se inquadrata in un contesto in cui emerge la miscela tra un movimento aperto e un leader fondatore prepotente e proprietario.

All'interno di un contesto europeo segnato dall'annullamento del welfare state e dei diritti sociali, in cui i mercati finanziari utilizzano la crisi dei debiti sovrani per imprimere un'accelerazione senza precedenti alle misure di austerity, si assiste ad processo di smaterializzazione del concetto di democrazia rappresentativa, laddove i parlamenti vengono sempre più esautorati e i governi si riducono ad organismi di traduzione dei diktat dei nodi del potere finanziario.

E' innegabile la connessione tra l'arroganza e l'autismo della politica classica, strutturata secondo le categorie della forma partito novecentesca, e i risultati elettorali registrati, ad esempio, in Grecia e in Francia, dove si assiste ad un'impennata di voti raccolti dai partiti che si oppongono al regime di austerità o chiaramente euroscettici. Il successo del grillismo in Italia, ed in particolare la vittoria del M5S alle amministrative a Parma, va certamente interpretata, in prima istanza, come rigetto da parte della società civile nei confronti di una classe politica completamente appiattita sulla ragione finanziaria. Ma non basta.

Il ricorso al concetto di «antipolitica», un aggettivo affibbiato molto spesso al M5S, ci sembra vada reinterpretato in maniera critica. Antipolitica è sicuramente la spirale in cui è stato risucchiato l'apparato politico istituzionale, rimodellandosi su categorie finanziarie, sulla "dittatura dello spread", sul fiscal compact, sul pareggio di bilancio, con buona pace dei diritti sociali.

E' innegabile da parte del M5S l'abilità di aver sfruttato l'inesauribile potenzialità della nuova tribuna politica del web. Una piattaforma di libera opinione divenuta presto area programmatica e di strategia. Una condivisione d'intenti che ha ridonato inaspettato senso di possibilità e partecipazione, preponderante forma di dissenso, capacità di sfiducia continuativa, e a tratti burlesca.
Questo fenomeno da poltrona è stato la cassa di risonanza per il megafono del comico che diventa attivista, poi leader politico, per un numero considerevole di followers (per parlare in gergo) che si esprimono e collaborano, un esercito di probi internauti pronti a rimettere in gioco e condannare ogni forma di inciucio all'italiana, interno alla composizione partitica e classista.

Un uso dei media performativo e aggregante, un rivoluzionamento della tipologia di creazione del discorso politico. Per dirlo alla guy debord, una società dello spettacolo vista come un “rapporto sociale tra le persone, mediato dalle immagini. Dove lo spettacolo è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine".
E, per citare il comico genovese, “Le cose non accadono se non le leggiamo.”

Riportando l'analisi al panorama di Parma, la grillina società dello spettacolo ha proposto in sostanza l'incontaminato, “l'uomo qualunque” (con le dovute differenze ed assimilazioni al partito qualunquista di gianniniana memoria), quella forma costituente di cittadinanza composita che ha partecipato alla diffusione del processo comunicativo ed ha visto nel neo sindaco Pizzarotti e nella sua giunta, quella calorosa affezione che appare così diversa dalle sbiadite immagini, dell'"usato" sicuro e d'esperienza dei soliti nomi noti.

Certamente bisogna fare i conti col fatto che la composizione dell'elettorato del M5S è eterogenea e che si è generata intercettando sentimenti diversi. Se da un lato il M5S ha avuto la capacità di captazione di un sentimento di indignazione, di genesi populista, nei confronti della "casta", delle forme di corruzione che pervadono i nodi istituzionali (come dimostra l'impennata del consenso del M5S a seguito delle proteste contro la giunta Vignali e delle mobilitazioni sotto i Portici del Grano della scorsa estate), dall'altro lato è necessario valutare l'intersezione tra il M5S e i comitati presenti sul territorio impegnati nelle lotte per la difesa dei beni comuni.

In effetti, uno dei punti focali attorno ai quali si snoda il successo del grillismo, è la rivendicazione della possibilità, da parte della società civile, di intervenire direttamente nei processi decisionali che interessano i territori, andando a scardinare quei meccanismi che separano la classe politica dalle comunità locali.

Ed in questo senso, ci sembra che si aprano degli spazi di possibilità interessanti. E' certamente vero che l'approccio che sino ad ora ha assunto il M5S è di stampo tecnicista, compartimentato, mosaicizzato. Questa frammentazione discorsiva crea sicuramente una profonda difficoltà nel munirsi degli strumenti necessari per sostenere un organico e intercorrelato sguardo d'insieme, di comprendere l'insostenibilità dell'attuale sistema di sviluppo e quindi l'insufficienza propositiva di espressione e costruzione di modelli alternativi che non si riducano alla semplice sommatoria dei "no di protesta", sin qui espressi.

Su questo piano, però, si apre dinanzi a noi, la vera sfida.

Riteniamo necessario mettere a verifica i percorsi comuni sin qui portati avanti, percorsi che hanno creato un'apertura verso le nuove forme di sperimentazione di socialità, welfare e riconversione ambientale, da tempo avviate sul territorio assieme ai comitati e allea ssociazioni (Art Lab, Mercatiniera e Biosteria, citate nel loro programma elettorale come meccanismi di organizzazione e anticipazione di modelli di vita alternativi, ne sono un esempio).

Quest'altra faccia del laboratorio politico Parma può rappresentare quella sfida che le istituzioni devono cogliere, quel vento nuovo del cambiamento dei paradigmi culturali che per la potenza di discorso, messa a valore sul territorio, non può trovarsi escluso da un confronto politico serio e costruttivo nel dibattito cittadino. 

tratto da GLOBALPROJECT.INFO

Il nero sommerso della riforma del mercato del lavoro

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il-nero-sommerso1Più passano i giorni di degenza in Commissione Lavoro e Previdenza sociale del Senato del DdL sulla riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita, più il testo sembra irrimediabilmente peggiorare. E dire che già la prima versione del DdL era pessima.

I Relatori Tiziano Treu (PD) – sì sempre lui, l’abbiamo già detto altrove – e Maurizio Castro (PdL) sembrano procedere come treni, incuranti delle critiche e contestazioni che lavoratrici e lavoratori autonomi, indipendenti e precari continuano a porre loro e all’opinione pubblica, sempre inascoltati e spesso isolati.
Soprattutto sembrano orientati a deprimere ulteriormente le condizioni di lavoro, spacciando micro-interventi di settore (su circa un decimo del lavoro autonomo, indipendente e precario) per un falso e inesistente universalismo; provocando un serio rischio di ritorno al nero di molte attività autonome-indipendenti, costrette a una sopravvivenza a rischio Working Poors; insistendo su forme di sanzioni e controlli che produrranno la scomparsa di molti lavori e dell’offerta di lavoro, andando ad ingrossare le fila di una disoccupazione, che si accompagna a quella già prodotta dall’attuale fase recessiva della crisi economico-finanziaria.
Siamo dinanzi al rischio che il fare saccente dei Professori di Governo perda ancora una volta il contatto con la realtà. Come avvenne nel 1997 col primo “pacchetto Treu”: e i protagonisti sono sempre gli stessi; a dimostrazione che in questo Paese non cambia mai nulla. Con l’aggravante che qui siamo in una condizione di depressione economica ed esistenziale che meriterebbe non solo un’altra classe dirigente, ma soprattutto una maggiore sensibilità sociale.

I tre/quattro punti critici di partenza rimangono tutti:

  • aumento dell’aliquota INPS Gestione Separata per le partite IVA (dal 27% al 33% nei prossimi anni);
  • ASpI (Assicurazione Sociale per l’Impiego) peggiorativa dell’attuale sussidio di disoccupazione, che di fatto esclude milioni di lavoratrici e lavoratori non impiegati in lavori standard da qualsiasi garanzia sociale;
  • assenza di una qualsiasi ipotesi di “equo compenso” per le prestazioni lavorative autonome a rischio di ricatto della retribuzione, dentro una crisi che precipita alcuni settori del lavoro autonomo verso condizioni da Working Poors;
  • esclusione di una qualsiasi forma di garanzia del reddito di base, intesa almeno come misura universalistica di protezione sociale.

Gli emendamenti che i suddetti Relatori Treu e Castro hanno accolto peggiorano ulteriormente un quadro già disarmante.

Sembra propongano un salario minimo, di base per i cd. “lavoratori a progetto”, le/i Co.Co.Pro – circa 700 mila nel 2010, con un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro (secondo i dati Isfol rimangono esclusi tutti gli altri titolari di contratti atipici e le partite iva, Co.Co.Co. pubblici, iscritti agli ordini, etc).
L’emendamento prevede che il compenso “dovrà essere adeguato alla quantità e qualità del lavoro eseguito” e non potrà comunque essere inferiore “all’importo annuale determinato periodicamente dal Ministero del Lavoro“, con Decreto Ministeriale, in base ad un parametro economico che permetta una remunerazione che sia nella media tra le retribuzioni minime del lavoro autonomo e quelle previste dai Contratti Collettivi di Lavoro Nazionali (CCLN) per i lavoratori subordinati.
Dove andranno a cercare le tariffe minime per il lavoro autonomo visto che non esistono?
Quale sarà il livello mediano che permetterà la definizione di salario minimo?
Sicuramente inferiore a quello previsto dai CCNL: così si favorirà l’esternalizzazione-precarizzazione dei rapporti di lavoro nella grande impresa (nella piccola impresa e nella PA è già così da almeno un ventennio), che potrà pagare di meno i lavoratori mettendoli “a progetto”.
Non considerando che l’eventuale primo Decreto Ministeriale verrà adottato entro un anno dall’approvazione della legge: insomma dovremo aspettare il nuovo Governo post-2013 e il 2014, se va bene.

Nel frattempo si parla anche di sperimentare un’indennità di disoccupazione per i Co.Co.Pro – quindi sempre quei 700 mila a fronte degli oltre 5 milioni di lavoratrici/lavoratori intermittenti-indipendenti – che dinanzi a un periodo di lavoro oscillante intorno all’anno potranno percepire – forse – circa 6 mila euro di sussidio, in caso di perdita del contratto. Ma è una sperimentazione di tre anni; sempre a partire dal 2014 o forse dal 2015, poi, con candore il Ministro Fornero osserva: “Se l’economia si riprende, comincia a crescere e i redditi dei lavoratori crescono un po’, allora forse si può passare, dopo questi tre anni di sperimentazione, a un ammortizzatore sociale che somiglia di più a quello che l’Europa ci chiede“.

Proprio perché è un Ministro della Repubblica a parlare, dal tono e dall’esperienza professorale, ci sarebbe da vergognarsi, da scappare a nascondersi in capo al mondo, pur di fuggire a un tale pressapochismo, a una sciatteria piena della sicumera di chi pensa di avere a che fare con dei poveri disgraziati da ammansire con invocazioni speranzose sulla ripresa economica (mentre l’Italia entra nel quarto trimestre di recessione) e vaghi riferimenti all’Europa.

Sappiamo benissimo che l’Unione europea da anni chiede all’Italia l’introduzione di un modello sociale più adeguato alle trasformazioni delle forme del lavoro, a partire dalla previsione di un reddito garantito di base, ancora più urgente dinanzi a una crisi che condanna alla disoccupazione di massa quasi il 35% dei giovani e – attualmente – oltre 3 milioni di persone.
Ma l’Italia resta il panda d’Europa.

E il nostro Ministro del Lavoro – insieme con i suoi Relatori parlamentari – non hanno ancora capito che gli oltre 5 milioni di lavoratrici e lavoratori che per il Governo e la legislazione sono ancora definiti come “atipici” sarebbero la ricchezza sulla quale investire per pensare un nuovo modello di società contro e dopo la recessione economica e la depressione esistenziale in cui è precipitato questo Paese.

Invece si pensa a come controllare-restringere-ridurre le Partite IVA, come imporre normativamente l’egemonia del contratto di lavoro subordinato, inteso come contratto prevalente; scherzando col fuoco di far ripiombare tutto nel sommerso e nel lavoro nero, ancor più di quanto già non sia diffuso (un terzo dell’economia reale? Oltre duecento miliardi di euro all’anno?!). Incrementando illegalità, malavita, sommerso, lavoro irregolare, nuove e vecchie forme di ricatto, prevedendo radicalmente il contrario di quanto imporrebbe una progressiva inclusione di nuove garanzie per i nuovi lavori. Regalando altre porzioni di questo Paese alla malavita organizzata, ancora una volta.

Ministro e Relatori sembrano convinti che questi lavoratrici e lavoratori possano essere ancora saccheggiati – con l’ulteriore riduzione dei loro redditi a causa dell’aumento dell’aliquota INPS; esclusi dalle tutele minime di una cittadinanza sociale; derisi e ridicolizzati nella pretesa di interpretare le loro contestazioni come una vana richiesta di assunzione a lavoro subordinato.

Ma questa volta le/gli indipendenti, autonomi, flessibili, intermittenti sono pronti a prendere da soli dignità, diritti, reddito, libertà. E intanto continuano a stare con il fiato sul collo a questi tristi legislatori, memori di Saint-Just, almeno dei suoi scritti:

“Chiunque voi siate, o legislatori, se io avessi scoperto che avevate in animo di assoggettarmi, sarei fuggito da una patria infelice e vi avrei coperto di maledizioni”.

Ma noi rimaniamo qui, una fuga sul posto, da furiose/i; e alle maledizioni preferiamo il controllo dal basso, l’informazione, l’azione critica, l’auto-organizzazione e la cooperazione sociale delle/gli indipendenti, contro legislatori, professori, tecnici, quanto sprezzanti e saccenti possano essere e apparire.

Noi siamo dalla parte della vita degna e felice; contro tutte le mortificazioni e penitenze. E questa volta ci prenderemo quello che ci spetta.

tratto da [il quinto stato]

una manifestazione a Reggio Calabria il 26 maggio e una campagna per ricostruirlo più bello e più grande di prima

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iostoconilcartellaDopo l’incendio del c.s.o.a. Cartella una manifestazione a Reggio Calabria il 26 maggio e una campagna per ricostruirlo più bello e più grande di prima

Non ci poteva essere sveglia più triste a buttarci giù dal letto ieri mattina. La notizia che la struttura, che per dieci anni ci ha visto discutere, lavorare, creare, cantare, suonare, crescere, stava andando letteralmente in fumo è stata un pugno allo stomaco, un colpo tremendo. La vista poi di quelle pareti di cemento rimaste in piedi, mentre tutto quello che c’era dentro, sopra, di lato, era stato trasformato in cenere e detriti contorti dal calore, è stato il colpo del definitivo Knock Out.

Ma presto il senso di smarrimento, di confusione, è stato spazzato via dall’incredibile fiume di solidarietà che ci ha sommerso: dal quartiere, dalla città, dall’Italia tutta è stato un continuo chiamare, chiedere, offrire braccia, mezzi, soldi. Un abbraccio talmente caloroso da ridarci immediatamente forza, voglia, combattività. Una vicinanza talmente eterogenea quanto sincera, da essere per noi più legittimante di qualsiasi carta bollata, figlia del riconoscimento del lavoro svolto in questi anni.

“Ricostruire il Cartella, più bello e più grande di prima”, abbiamo detto nel corso di una partecipatissima assemblea, tenutasi ieri pomeriggio, vicino a quelle macerie ancora fumanti. Lo ricostruiremo noi, come abbiamo sempre fatto, con l’aiuto di tutti quelli che sono al nostro fianco, di tutti quelli che dalla Val di Susa a Palermo, dal Friuli alla Puglia, ci stanno dicendo di essere pronti a sostenerci in qualsiasi modo.

Lo ricostruiremo perché non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci a chi, con questo vile atto, pensa di poter chiudere la nostra esperienza, e soprattutto distogliere il nostro impegno politico. Se la mano che ha compiuto questo vile atto è facilmente individuabile nella bassa manovalanza fascista e mafiosa, purtroppo sempre numerosa in questa città, la mente è per noi da individuare nella tanto famosa area grigia, in tutti quei gruppi affaristici, di interesse, che considerano questo territorio una enorme speculazione, e le casse pubbliche bancomat privati. Vorrebbero che tutti i nostri sforzi si riversassero sulla difesa degli spazi, sullo scontro ideologico e sull’antifascismo, senza preoccuparci più della privatizzazione dei servizi pubblici, della svendita del territorio a fini speculativi, della tremenda crisi economica e soprattutto sociale in cui versa la nostra città. Se il fine è questo, hanno sbagliato di grosso!

Il Cartella è stato ferito sì, ma è vivo e vegeto.

Stiamo verificando le condizioni per una manifestazione contro ogni tentativo di far chiudere questa esperienza, per la difesa degli spazi sociali, da tenersi sabato 26 maggio.

Stiamo vagliando, insieme ai nostri tecnici e legali, le modalità per avviare al più presto la ricostruzione della struttura fortemente danneggiata, che sarà sostenuta dal lancio di una campagna nazionale di solidarietà.

Nel frattempo, confermiamo tutte le iniziative già programmate, e diamo appuntamento a tutte e tutti per sabato 19 maggio, per la chiusura delle tre giornate contro l’omofobia che l’ArciGay e gli altri promotori hanno deciso di far tenere al Cartella, e i cui proventi andranno nella cassa di solidarietà per la ricostruzione.

 “Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo”

“Potrete tagliare tutti i fiori, ma non fermerete mai la primavera”

Note di approfondimento su cos'è e come agisce l'agenzia italiana di riscossione dei tributi

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equitaliaLaboratorio Occupato Insurgencia

D.A.D.A.

In questi giorni cresce la protesta contro l'agenzia di riscossione Equitalia, parallelamente all'escalation di suicidi e gesti di disperazione a cui la stretta coatta del debito privato sta costringendo molti e troppi cittadini e cittadine. La manifestazione di Napoli, caratterizzata da un'insensata violenza da parte delle forze dell'ordine, ha dato l'input alla formulazione dei classici teoremi all'italiana che, con una grande semplicità, sottendono equivalenze forzate tra conflitto sociale e spettro terrorista.

E' evidente che quello del debito privato sembra essere un nervo scoperto e doloroso per i ceti medio-bassi, ed in generale per le fasce di subalternità che abitano il paese. Un nervo scoperto anche per il governo Monti, che fa la figura del Re nudo proprio sul tema del debito privato. E' altrettanto evidente che l'apertura di una fase di auspicabile larga mobilitazione contro questi usurai di stato è piena di contraddizioni, e lascia facilmente spazio a populismi e fraintendimenti.

Ci sembra che il punto di vista tuttavia debba restare quello che "tocca terra", quello che sostiene l'iniquità sociale della riscossione tributaria e che da battaglia al governo Monti che sembra non avere alcuna intenzione di recuperare liquidità dai grandi patrimoni, dai capitali scudati e dalle transazioni finanziarie, ma solo dalla persecuzione delle povertà.

I numeri della crisi ci dicono che uno dei pochissimi enti a vedere fortemente incrementati i suoi utili è proprio Equitalia.

Nata nel 2006 dalle ceneri della vecchia Gest Line, Equitalia è un ente ad azionariato pubblico, 51% dell’Agenzia delle entrate e 49% dell’INPS, che agisce di fatto come privato appaltatore della riscossione delle tasse per gli enti locali, sulle quali riscuote un interesse (c.d. “aggio”) del 5%, che si va a sommare ad altri interessi sul debito del 6% per un totale del 9% fissato dalla legge.

Inoltre, se il pagamento è successivo ai canonici 60 giorni che il contribuente ha per pagare devono anche sommarsi gli interessi di mora.

Dal 2009 al 2010, anno in cui è esplosa definitivamente la crisi economica anche in Italia, Equitalia ha implementato la riscossione dei tributi portando i suoi ricavi da 7735 milioni di euro a 8876 milioni, cifra mai raggiunta prima: più 14% dal 2009 e addirittura più 25% dal 2008.

Ma chi sono i principali “tartassati” nella crisi? Sicuramente non i grandi evasori fiscali, coloro che possiedono immensi patrimoni derivanti da rendite finanziarie e, per evadere, trasferiscono all’estero gran parte dei loro redditi – dei quali si occupa la Guardia di Finanza e, in ogni caso, risultano nullatenenti.

I “tartassati” di Equitalia, invece, stando ai casi riportati in numerose inchieste giornalistiche, sono precari che non riescono a fare fronte alle tasse per il carattere intermittente del loro lavoro; cassintegrati che non riescono a pagare il mutuo della casa, la quale viene in seguito ipotecata; lavoratori autonomi; le piccole e medie imprese che chiudono i battenti a causa della crisi (e licenziano) o che non ricevono in tempo i pagamenti dallo Stato – salvo poi, quest’ultimo, esigere puntualmente le tasse attraverso il suo “braccio armato” appalta-tributi. Vittime di Equitalia sono anche le migliaia di persone licenziate a fronte di una crisi economica che non hanno concorso a provocare – in proposito le stime della Commissione Europea parlano di 2,2 milioni di senza lavoro nel 2010, pari all’8,6% della popolazione. A questa cifra, però, vanno aggiunte anche le persone che hanno smesso, perché sfiduciate, di cercare lavoro e i cassintegrati, nonché le percentuali vertiginose di giovani - si parla addirittura del 40% nel Sud Italia - la cui unica prospettiva è la disoccupazione.

Si aggiunga anche che notifiche, pignoramenti, sequestri, ipoteche, blocco dei pagamenti dal parte della P.A. sono i normali poteri di Equitalia, per i quali non è neanche necessaria la firma di un giudice: in tal modo Equitalia si trova ad avere più poteri della Guardia di Finanza!

Inoltre, se ad esempio un Giudice di Pace annulla una multa, nessuno è tenuto a informare Equitalia, cosicché l’importo cresce, passano i 60 giorni per pagare e scatta il blocco del bene, anche se il contribuente non è tenuto a dare nulla al fisco.

Peraltro, in pochi sanno che grazie ad una legge recente – la 24/12/2007 n. 244 – Equitalia, tramite una sua azienda controllata, la Equitalia Giustizia, può gestire i proventi da sequestri presso le banche, recuperare crediti e sanzioni derivanti da spese processuali e gestire e amministrare il Fondo Unico Giustizia.

In tali casi Equitalia Giustizia può effettuare finanziamenti, operazioni finanziarie, garanzie, costituire società con la partecipazione di privati, stipulare accordi, contratti e convenzioni con società sia pubbliche che private – al solito tasso del 5% sugli utili.

Da numerose inchieste (Report, l’Espresso, il Fatto Quotidiano) emerge il costume, tutto italiano, di chiedere entrambi gli occhi quando i pagamenti sono richiesti agli amici di politici potenti: è il caso del gruppo imprenditoriale “La Cascina”, vicina a Gianni Letta e a Comunione e Liberazione, che ha beneficiato di uno “sconto” sul pagamento dei debiti, Iva compresa- sul quale indagano i magistrati, come riportato dal Fatto Quotidiano.

Inoltre, è stata scoperta da Report una lista di “contribuenti vip”, politicamente trasversale, nei confronti della quale un dirigente della Gerit, controllata di Equitalia, invitava a “soprassedere” rispetto ai pagamenti di questi contribuenti speciali.

Ancora una volta sono licenziati, cassintegrati, precari, operai, lavoratori autonomi, piccole imprese ad essere messi in ginocchio da Equitalia, i cui abusi legalizzati, mascherati dalla asettica freddezza della burocrazia, sono all’ordine del giorno.

Ormai, con l’acuirsi generale della crisi, è proprio Equitalia ad essere diventata un altro drammatico fattore di crisi.

Crediamo quindi fermamente che sia necessaria una inversione di tendenza, che innanzitutto denunci l'illegittimità delle modalità di riscossione attraverso l'esistenza di tassi di interesse altissimi, l'intollerabilità dei metodi coatti delle espropriazioni, e l'ottusità con cui i casi di debito non vengono contestualizzati nella situazione sociale, lavorativa e patrimoniale del moroso. Questa crisi e le sue ricadute sociali non permettono l'esistenza di agenzie che agiscono in maniera meccanica e non interlocutoria. La conseguenza di questo "programma di rieducazione", come lo ha definito lo stesso direttore di Equitalia, Befera, qualche giorno fa, sono state fino ad ora sangue e follia. Quello che noi auspichiamo da Napoli è invece una presa di parola pubblica, radicale e popolare, che attraverso una mobilitazione forte ponga al Governo l'annoso problema della giustizia sociale, anche sul tema dei tributi.